I Cecchi sfidano il tempo. Coevo, magica sintesi di Toscana
I fratelli Cesare e Andrea hanno presentato un vino simbolo di eleganza e al tempo stesso sintesi della Toscana e delle migliori produzioni dei vigneti di famiglia in Chianti classico e Maremma. Coevo vuole testimoniare come anche il vino possa essere un prodotto d'arte e sintetizzare il presente
Un traguardo storico (che in realtà è una vera propria partenza in totale autonomia) per i fratelli Andrea e Cesare Cecchi che hanno scelto la ribalta del Town House nella Galleria Vittorio Emanuele di Milano (in una cena curata da Gaetano Trovato del due stelle Arnolfo) per presentare la loro ultima creatura: Coevo. Un blend del 2006 che associa quasi magicamente 4 vini che sono l'anima della Toscana (il Sangiovese al 50% e il Cabernet Sauvignon al 10% prodotti nella zona del Chianti Classico, e Merlot e Petit Verdot prodotti al 20% ciascuno in Maremma) e al tempo stesso la migliore espressione dei vigneti di famiglia.«Volevamo dare un forte segnale di svolta alla nostra più che centenaria storia enologica - ha detto Cesare Cecchi - creando un momento che fosse sintesi del nostro passato, memoria della nostra tradizione, testimonianza del nostro territorio, riferimento per il presente ma soprattutto per il futuro». E al tempo stesso i due fratelli volevano realizzare un sogno che, come aggiunge Andrea, «enologicamente, rappresentasse come si vive il nostro tempo. Siamo partiti dal concetto di contemporaneità perché volevamo essere 'coevi” nell'esprimere la qualità. Qualità organolettica, gusto moderno, cultura, sono elementi dinamici, che si evolvono, e grazie all'uomo variano nel tempo».
Concetti filosofici magari poco comuni in cantina, ma che si rappresentano in modo preciso e assolutamente elegante nell'etichetta della bottiglia (curata con grande raffinatezza da Simonetta Doni), sulla quale spicca in maniera quasi provocatoria una frase di
Sant'Agostino giocata sul senso ed il valore del tempo. «Per noi il tempo è circolare. Non c'è un prima e un dopo», dicono i fratelli Cecchi (nella foto) e Coevo sembra quasi voler rappresentare questa sorta di senso di eternità (o immortalità) che solo l'arte può ambire di raggiungere. Coevo, per i fratelli Cecchi, vuole rappresentare la contemporaneità, come detto, ma anche il divenire e diversamente non potrebbe essere visto che parliamo di vino, di un prodotto vivo, pronto per l'oggi ma in continua evoluzione e, come in questo, destinato solo a migliorare nel tempo. Il tutto richiamandosi quasi a un senso antico dello scorrere del tempo che solo la campagna sapeva dare a tutti.
Gli ingredienti del vino, che si assemblano fra loro come i granelli di una clessidra (che non a caso è richiamata nell'etichetta) per garantire un unicum, sono stati scelti per dare il massimo di qualità e non rispecchiano una regola fissa, ma varieranno in base alle annate, anche se il cuore sarà sempre costituito da quel Sangiovese che nella tradizione di famiglia dei Cecchi rappresenta l'anima della Toscana enoica.
Il legame della famiglia con il territorio ha portato Cesare e Andrea a mettersi in gioco con questo IGT di Toscana. «Coevo non ha compromessi - continua Cesare Cecchi -. Frutto di un lavoro duro e lento che mio fratello ed io stiamo portando avanti con passione e orgoglio da tanti anni con l'obiettivo di creare un vino che racconti il territorio e che in qualche modo esprima la 'saggezza” del tempo agrario».
Un vino per molti versi quasi elitario, da comprendere con la testa, prima ancora che coi sensi. Quasi come certi amori che sono cerebrali prima ancora di essere sensuali. Ma Coevo è in realtà vivo e pulsante, carico di sensazioni armoniose e al tempo stesso di forte vitalità, grazie anche a un equilibrio nell'uso del legno. La sapidità del vino è controbilanciata da un elegante senso tannico che si sposa con una discreta freschezza acida valorizzata dall'affinamento per 12 mesi in bottiglia dopo i 18 in legno.
A valorizzare la particolarità delò vino ha contribuito anche l'evento di presentazione, all'insegmna dell'informalità ma giocato tutto su filmati che hanno ricostruito il complesso percorso creativo che ha portato alla scelta di un nome non certo comune, suilla grafica e sulla promozione studiata. Con la regia di Riccardo Cioni un film ha raccontato tutta l'avventura, compreso il back-stage con le testimianza dei vari protagonisti intervenuti per creare il mito di un vino, frutto in vertità delle sapienti mani di agricoltiori ed enologi di casa Cecchi. Come sempre.

