Piccoli vignaioli trentini crescono Viaggio attraverso le produzioni locali
Da qualche anno, dietro i colossi della cooperazione regionale, si sta affacciando un gruppo di giovani vigneron, riuniti sotto l’egida dell’Associazione vignaioli del Trentino. Piccoli produttori che lavorano duramente, assai preparati, e animati da una passione e un entusiasmo fuori dal comune
Interni in piano sequenza. Sui ripiani di una vecchia cristalliera liberty sono disposte ordinatamente quindici piccole bottiglie di vetro scuro. Ogni bottiglietta riporta un codice alfanumerico vergato in colore bianco e con grafia ferma e regolare. Campo stretto sul centro della tavola. Un'altra dozzina di bottiglie, anch'esse catalogate come reperti del Ris, qualche calice rubino rigato da lievi nuances violacee, fogli bianchi sparsi. Alessandro, Marco, Luigi ed Eugenio degustano alla cieca i campioni dei loro stessi vini, prendono appunti, si confrontano scambiandosi esperienze, suggerimenti e preziosi consigli. Siamo nel salotto di casa Fanti, sulla collina di Pressano, a Lavis, una decina di chilometri a nord di Trento, ma potremmo essere ovunque in questo nuovo Trentino del vino. Da qualche anno, dietro i colossi della cooperazione regionale che, con il loro esercito di conferitori, le migliaia di ettari vitati e le centinaia di migliaia di quintali d'uva, detengono complessivamente quasi il 90% del mercato, si sta meritatamente affacciando un gruppo di giovani vigneron, riuniti sotto l'egida dell'Associazione vignaioli del Trentino. Piccoli produttori che lavorano duramente, animati da una passione e un entusiasmo fuori dal comune, tecnicamente assai preparati, capaci di trasformare le uve in irriproducibili emozioni; piccoli produttori cui va ascritto un grande merito: la redazione di un nuovo dizionario sociale in cui i termini concorrenza, antagonismo, invidia e gelosia sono stati cassati e definitivamente sostituiti con le parole dialogo, collaborazione, partecipazione e amicizia.
Oggi in Trentino una vinificazione ai limiti della riduzione, la scelta di un Kober in luogo di un altro portainnesto, il taglio degli acini terminali per la riduzione del tannino verde o la pratica colturale dell'inerbimento sono materia condivisa. Trasportato dall'Ora del Garda - che scuote le cime dei larici e carezza amorevolmente le viti - spira un nuovo credo agronomico, improntato all'ecumenismo, i cui principali comandamenti sono: rispetto dell'ambiente, rigore assoluto, sperimentazione, territorialità, esaltazione della diversità, qualità con la 'Q” maiuscola. Alcuni produttori praticano un'agricoltura tradizionale; altri sono in conversione verso il biologico; altri ancora strizzano l'occhio ai metodi di coltivazione biodinamica - e, statene certi, non si tratta affatto di quella biodinamica modaiola e fricchettona - indugiando in sovesci e rincalzi, preferendo la legatura alla cimatura dei tralci, riducendo al minimo o mettendo al bando la solforosa. Tutti, ma proprio tutti, propongono vini eccellenti che non sembrano voler rincorrere i gusti del mercato, ma che esibiscono, invece, con ostentata fierezza, la loro unicità.
Oggi in Trentino i Teroldego, i Marzemino, i Traminer, i Lagrein, così come i vitigni internazionali, esaltano le prerogative dell'uva, sono immediatamente riconoscibili e riflettono in maniera inequivocabile la personalità dei loro produttori. è il caso di Filippo e Barbara Scienza che, ad Avio, gestiscono l'azienda di famiglia, Vallarom (www.vallarom.com), allevando viti a suon di sorrisi e onorando il nome che essi stessi portano (lo zio Attilio è il celebre agronomo, nda) con vini straordinari. Vini che non sono stati concepiti per stupire, ma che derivano dalla corretta applicazione delle migliori tecniche colturali apprese in Borgogna, dall'interazione tra clima e terreno - un conoide di deiezione di matrice calcarea -, dalla densità di impianto, dal controllo delle rese, dall'accurata selezione delle uve, dalla mano felice che asseconda la natura senza alterarla e che si caratterizzano per bevibilità, freschezza ed eleganza. Qualità che si riscontrano facilmente in un Campi Sarni Igt Vallagarina Rosso, taglio bordolese classico degustato nel millesimo 2005, che ammalia per la precisione di frutto e per quei tannini pettinati come la chioma di un cavallo andaluso ma che, al tempo stesso, aiuta a comprendere come determinate condizioni (quel bosco che circonda il vigneto, quel particolare calcare recato in dono dall'Adige, quella ventilazione, quei 4.200 ceppi per ettaro, ecc.) possono rendere autoctono un alloctono, unico ed irripetibile un vino, emotivamente toccante un sorso. Otto ettari coltivati a pergola trentina semplice e, più recentemente, a spalliera; densità che variano dai 3.500 ai 6.500 ceppi per ettaro; coltivazione dei principali vitigni presenti in Trentino; due cantine di invecchiamento; 45mila bottiglie prodotte (il 60% delle quali destinate al mercato nazionale); vini superbi declinati con uno stile originale ed elegante. Oltre al citato e pluridecorato Campi Sarni, vale certamente un assaggio il Cabernet Sauvignon Igt Vallagarina rosso, in cui il peperone verde amoreggia con il ribes nero su uno sfondo delicatamente speziato e cioccolatoso. Così come il Vadum Caesaris Igt Vallagarina bianco (Pinot blanc 50%, Chardonnay 30%, Sauvignon blanc 10% e Riesling italico 10%), vinificato in acciaio e capace di regalare fragranze tropicaleggianti (ananas, cocco, banana e melone bianco), cenni di mela verde, cedro e albicocca secca, tocchi mediterranei (timo, salvia, ginestra e sambuco) in una struttura cui non difetta una vispa acidità. Magistrale lo Chardonnay Igt Vallagarina bianco, proveniente dal vigneto Casetta: floreale (fiori gialli), agrumato, con un varietale in grandissima evidenza, vaniglia, note boisè, una mineralità vibrante, un'alta densità estrattiva, una capacità di evoluzione a tre corsie.
E poi il Pinot nero Igt Vallagarina rosso, dal vigneto Ventrat, un altro vino in grado di scaldare il cuore con i suoi piccoli frutti neri, un carattere cupo e scontroso, i cenni balsamici e l'intero corredo terziario di terra bagnata e pelle concia. E, ancora, un Syrah (frutta cotta, erba sfalciata, crosta di pane ed il tipico pepe nero), un freschissimo Merlot, un elegante Marzemino ed un Moscato giallo assai 'piacione”. Correva l'anno del Signore 1972 quando il maso Vallarom - noto fin dai tempi dei Castelbarco, alla fine del Trecento - veniva ristrutturato e quando nascevano - fratelli gemelli ideali - il primo vigneto aziendale moderno (con i sesti d'impianto così fitti) ed il bravo Filippo. Anni di lavoro e passione e i risultati, oggi, sono più che evidenti.
Giusto il tempo di rifocillarsi con una terrina di coniglio ai marroni di Castione o con un piatto di strigoli fatti a mano ed ammirare dalla terrazza panoramica tutta la Vallagarina, alla Locanda D&D (www.locandaded.it) a Sasso di Nogaredo, un punto di ristoro dall'eccellente rapporto qualità/prezzo inserito nel circuito delle 'Osterie tipiche trentine”, per poi riprendere il cammino. E spostarsi a Villa Lagarina, presso l'azienda agricola Vilar, per ricavare analoghe suggestioni nel fare la conoscenza di Luigi Spagnolli, la cui timidezza è direttamente proporzionale alla sontuosità dei suoi vini. Un paio di ettari di vigneti di proprietà ed un paio in affitto dal comune, ventimila bottiglie prodotte, uno sguardo pulito ed una serie di convinzioni, dalla potatura alla vinificazione, quasi fideistiche. Nel suo piccolo punto vendita, circondato da vecchi trattati delle coltivazioni e tomi di chimica vegetale dai dorsi consunti e le pagine ingiallite, Luigi, tra Marzemino, Nosiola e Cabernet (che da queste parti è accentato sulla 'A”), mette in scena un festival dell'identità varietale. Davvero elegante è il suo Marzemino Trentino Doc, vinificato in acciaio, con quel naso di viola mammola e piccoli frutti di bosco e quel retrogusto amarognolo attenuato da una parte di uva appassita. Stesso discorso per il Cabernet Sauvignon Igt Vallagarina (Cabernet Sauvignon in purezza), che si distende in una struttura solida ed avvolgente e svela piacevoli note di frutta secca (lasciate in dote dalla permanenza in botti non tostate da 3,5 hl) e per il carnoso Morela Igt Vallagarina (blend di uve Lagrein, Teroldego, Enantio, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot e Tempranillo), un trionfo di prugna, marasca, cenni erbacei, peperoncino ed idrocarburi.
E non sono da meno i bianchi: il Traminer aromatico (piccolo capolavoro di freschezza), la Nosiola Trentino Doc e il Muller Thurgau. Per non parlare di Marco Donati, vignaiolo in Mezzocorona, il cui Teroldego Rotaliano Doc Sangue di Drago, dopo ventiquattro mesi di affinamento in barrique, regala profumi di mora matura, viola, fresia, erbe alpine, tocchi balsamici e polpa croccante. Unico nella sua complessità. Venti ettari nella fertile piana rotaliana, una cantina costruita alla fine dell'Ottocento (con Marco siamo arrivati alla quinta generazione), il rigore fatto uomo sia nella cura della vigna, che nel lavoro di cantina, una passione maniacale, quasi contagiosa, che traluce dai suoi occhi e che ritroviamo nei suoi vini. Nel rustico - nell'accezione più positiva - Vino del Maso, una Igt Vigneti delle Dolomiti, dove il Teroldego (70%) sposa l'eleganza del Lagrein e la rotondità del Merlot; nel Moscato Giallo, nel Syrah Costa dei Sauri, nel Riesling Stellato, nel Lagrein Rubino Fratte Alte (in cui fragola e lampone indossano l'abito elegante), nella Nosiola Sole Alto il cui nitore è esemplare.
E, dopo aver attraversato scisti battezzati con toponimi longobardi, raggiungere Grumo, San Michele all'Adige, incontrare Roberto Zeni (www.zeni.tn.it) - che dell'associazione è dinamico presidente -, salire con lui al Maso Nero, alle pendici del monte Corona, ammirare i vigneti esposti a sud ovest e, dall'alto di pendenze che raggiungono il 45%, degustare il suo Trento Doc, Chardonnay 100%, quattro anni sui lieviti, rotondità, opulenza, eleganza, mineralità (ancora le marne calcaree delle Dolomiti). Venti ettari di vigneti di proprietà, una piccola ma moderna cantina, una distilleria con due caldaie a bagnomaria e discontinue (Roberto e il fratello Andrea portano avanti la tradizione di famiglia e producono ottime grappe). Ritrovare sfumature selvatiche in un calice di Nosiola Trentino Doc Maso Nero; soffice morbidezza e un caleidoscopico bouquet di ortica, fico e foglia di pomodoro nel Sauvignon Ronchi di Piazzole; grassezza e cremosità del burro di arachidi nel Sortì (Pinot bianco 85%, Riesling renano 15%); energica fragranza nel Rosa, Moscato Rosa Trentino Doc; vibrante acidità di una mela appena colta in un ancora troppo sottovalutato Rossara in purezza. Pausa. Altro pit-stop gourmet, altra terrazza sui vigneti, altri sapori autenticamente trentini. E vale certamente la pena affrontare i numerosi tornanti per raggiungere Sorni di Lavis e gustare un piatto di carne salada, cannolo croccante con mousse ai funghi porcini e insalatina mista o un filetto di cervo o un ottimo coniglio al timo con funghi gallinacci. Alla Trattoria Vecchia Sorni si va sul sicuro. E continuare il viaggio nelle cantine di un palazzo di fine Quattrocento, al centro di Volano, esser rapiti dai vini estremi, sinceri e piacevolmente irriguardosi di quel genio rivoluzionario ed ispirato di Eugenio Rosi, un po' Steve Jobbs e un po' Giordano Bruno. Vivere così un'esperienza sensoriale irripetibile tra legni di ciliegio, 'tecniche del governo”, toni surmaturi, fresche acidità di montagna, vinificazioni in botte aperta. Sei ettari di vigneto ('tutti in affitto” tiene a precisare il viticoltore artigiano); il desiderio di tornare in campagna dopo aver prestato i propri servigi enologici per diverse aziende della zona; vini autenticamente naturali; niente solforosa ('non per motivi salutistici, ma perché così a me il vino piace di più”); affinamento in legni grandi di rovere di Slavonia; un vigneto sperimentale a Rovereto tutelato dalle Belle Arti che non ha mai conosciuto la chimica (trattamenti con quisetto e corteccia di salice e sovescio); lo sguardo di chi sa il fatto suo.
Carattere, territorio, corretto rapporto uomo/natura, emozione, pathos, opera unica sembrano i termini più appropriati per descrivere i vini di Eugenio. Esegesi (Cabernet Sauvignon 80% e Merlot 20%) è un soffio di vento montano con una insolita e birichina acidità ad agitare la polpa fitta e nutrita di frutti neri; Pojema (Marzemino Gentile 100%) in cui le delicate uve di Marzemino, vinificate con la tecnica del governo, rilasciano, in rapida sequenza, note fruttate, floreali e speziate e svelano poi un animo vagamente animale; Dòron, il passito di Marzemino, che è un dono di nome e di fatto; Anisos (Pinot bianco 80%, Nosiola 20%), bianco vinificato in rosso e non filtrato, che è poesia nel frutto e prosa nella salinità.
Stringere la mano ad Eugenio Rosi, tributargli i meritatissimi complimenti e... zac. Come in un salto quantico, raggiungere Lavis, incontrare Marco Zanoni, di Maso Furli, ed innamorarsi perdutamente dell'originalissima ed acerba austerità del suo Traminer Trentino Doc, che non fa malolattica e - con quelle note di banana, melone bianco, mallo di noce, bergamotto, fico e pera candita - non è il traminer fresco e profumato tipico della zona. Interpretazioni altrettanto originali: lo Chardonnay (70% fermentato in barrique e 30% in acciaio, vinificato senza solforosa), in cui l'intensità olfattiva scuote (mela golden, nespola, pera, scorza d'agrume), l'alcol è ottimamente fuso al corpo e bilanciato da una giusta vena acida e la chiusura è delicatamente ammandorlata; il Sauvignon (affinato per metà in botte di acacia e per metà in acciaio), così affumicato, severo e nerboruto; il Manzoni Bianco (pressato in ambiente senza ossigeno), così ricco in zuccheri ma, allo stesso tempo, così acido, crudo, verde. E come non menzionare, poi, Maso Bastie (www.masobastie.it) dove l'architetto pentito Beppe Torelli e sua moglie Patrizia della qualità ne hanno fatto un atto di fede. Il loro Bastie Alte (da uve Merlot 70% e Cabernet Sauvignon 30% parzialmente passite in fruttaio) non abbisogna di presentazioni; Edys, il Bianco Dolce Vdt (Chardonnay 30%, Traminer aromatico 20%, Moscato giallo 50% vinificati separatamente in barrique nuove di acacia) è un'esplosione aromatica e il Moscato Rosa, carico di colore per la lunga macerazione, è un tappeto di petali di rosa.
O, a pochi chilometri, l'azienda agricola Maso Salengo che privilegia l'acciaio ('Vogliamo che si senta il vino”, recitano in coro i fratelli Raffelli), propone vini davvero schietti (su tutti, il Marzemino dei Ziresi) e si diletta a vinificare uve dei vitigni Rebo (Incrocio Rigotti 107-3, Merlot x Marzemino Gentile) e Sennen (Incrocio Rigotti 107-2, Merlot x Teroldego). E poi Letrari, Pojer e Sandri, Rudi Vindimian, Barone de Cles, Pravis, Borgo dei Posseri, i fratelli Pisoni. Tutti giovani, motivati, competenti, innamorati del loro lavoro e capaci di proporre vini esemplari e dai profili inconfondibili.
E tornare al punto di partenza, da Alessandro, nella sua azienda agricola Vignaiolo Giuseppe Fanti, per degustare insieme un calice di anarchica Nosiola dal naso fascinosamente severo (pressatura tutt'altro che soffice e nessuna distinzione tra torchiato e mosto fiore), o uno Chardonnay, il Robur, che diventa un gioco tra mentolo, clorofilla e minerale o, infine, un Manzoni Bianco - così etereo, smaltato, morbido, crudo e prospetticamente esplosivo - e capire, ancora una volta, come da queste parti fare il vino sia semplicemente un inimitabile atto di amore.
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