La regina delle birre rimane senza dubbio la Pils. Le Pils (o Pilsner o Pilsener) sono birre prodotte a bassa fermentazione, appartengono alla famiglia delle birre Lager e dominano il mercato mondiale della birra. Questo stile nasce nel 1842 per opera di un mastro birraio tedesco che ideò, nella città di Pilsen (da qui il nome), una tecnologia che permise di utilizzare il calore indiretto per tostare il malto e far precipitare i lieviti. Il risultato fu quello di ottenere una birra leggera, dal gusto pulito e amarognolo, incredibilmente bionda e chiara (fino a quel momento tutte le birre Lager erano torbide a causa dei lieviti in sospensione).
Le Pils più famose sono quelle tedesche che ancora oggi si rifanno al celebre Reinheitsgebot (l'editto della purezza) che obbliga il birraio a utilizzare solo acqua, malto d'orzo e luppolo (e lievito).

Con questo editto era stato decretato che la birra consumata in Germania doveva essere fatta solo con orzo, luppolo e acqua. A quel tempo (1516) la natura dei lieviti era sconosciuta e si aggiunse il lievito al canone del Reinheitsgebot. Similmente, anche 'orzo” venne sostituito da 'malto d'orzo” e forzatamente 'malto di frumento”. Spezie, frutta e altri cereali non nobili sono esclusi. Questa legge sulla purezza ha prevalso in Germania per 476 anni, sino al 1992, quando l'Europa costrinse la Germania ad adeguarsi alle normative comunitarie che imposero l'import di qualsiasi tipo di birra. Il bicchiere idoneo per queste birre è a forma di 'calice a chiudere”: calice sottile e liscio dalla forma rastremata. Questa forma permette di accentuare la schiuma senza farla traboccare ed il vetro sottile e liscio favorisce la formazione di condensa.
Le Pils hanno l'aroma del malto, accompagnato da note floreali e dal profumo erbaceo del luppolo, il suo gusto è unico: un mix di amaro e di dolce con finale fresco e leggermente astringente. Queste fondamentali caratteristiche la rendono universale a tavola. Tra alcuni piatti consiglio carne affumicata e salumi anche se suggerisco di gustarla da sola.

di Enrico Rota