Sull'invio degli elenchi dei vigneti storici da salvaguardare l'Italia enologica si è spaccata: da un lato ci sono le Regioni, solo Trentino Alto adige e Sicilia per il momento, che hanno già provveduto nel rispetto del decreto ministeriale, dall'altra parte la maggioranza delle Regioni che si rifiutano.
Una situazione che non promette bene, come sottolinea Valentino Valentini (nella foto a destra), presidente delle Città del Vino, l'associazione dei comuni a più alta vocazione vitivinicola d'Italia (corrispondenti al 70% del vigneto Italia, all'89% dei vini Doc, Docg e Igt, al 15% dell'offerta turistico-ricettiva e al 22% degli agriturismi del nostro Paese): «Lascia davvero perplessi l'assordante silenzio sulla materia da parte di tutti: Istituzioni nazionali, Regioni, Associazioni di categoria e Consorzi. Le grandi regioni vitivinicole italiane si sono allineate sulla decisione di non inviare gli elenchi per salvare le aree vitate d'interesse storico, ambientale e paesaggistico o di montagna, dimostrando poco coraggio o, peggio, una scarsa cultura e conoscenza dei propri territori. Di fatto non si è voluto dare un segnale, seppur piccolo, che avrebbe rafforzato l'immagine della vitivinicoltura italiana e del made in Italy di cui il vino è tra i più importanti protagonisti».

La situazione attuale
Solo il Trentino Alto Adige (dove sono stati inseriti nell'apposito elenco dei vigneti da salvaguardare 1.300 ettari sopra i 500 mt di altezza, 2.500 ettari di superfici terrazzate; 200 ettari con pendenza superiore al 30%) e la Sicilia (vietato l'estirpo sull'Etna, Pantelleria e Eolie) hanno inviato l'elenco dei loro vigneti da proteggere, ma il resto d'Italia è ancora nel silenzio: Veneto, Friuli Venezia Giulia, Puglia, Sardegna, Molise, Lazio, Valle d'Aosta, Piemonte, Emilia Romagna, Toscana e Marche non hanno consegnato il loro elenco. Lombardia, Abruzzo, Campania e Calabria probabilmente lo faranno, mentre Umbria, Liguria e Basilicata restano nell'incertezza. Per le Città del Vino si prospetta un futuro allarmante per l'Italia enologica: secondo quanto approvato dal decreto del ministero delle Politiche Agricole del 23 luglio scorso (pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 29 luglio), le aree vitate di particolare pregio storico e ambientale rischiano di essere estirpate perché non iscritte nell'apposito elen co che ogni Regione avrebbe dovuto presentare entro il 28 luglio allo stesso ministero.
«Le grandi regioni vitivinicole italiane - prosegue Valentini - si sono allineate sulla decisione di non inviare gli elenchi per salvare le aree vitate d'interesse storico, ambientale e paesaggistico o di montagna, giustificando la loro scelta perché si tratterebbe di un provvedimento controverso o perché i tempi per farlo erano troppo ristretti (entro il 25 luglio per la stesura degli elenchi e il 28 luglio per la presentazione al Ministero), quando tempi e scadenze sono state approvati dalle stesse Regioni nella conferenza stato-regioni del 17 luglio scorso. Di fatto, quindi, su questi temi non c'è molta cultura e conoscenza e, come lo è a livello statale, anche nelle Regioni esiste la dicotomia tra l'interesse economico tout-court e l'interesse immateriale».

La parola ai viticoltori
A questo punto, la parola passa ai viticoltori che decideranno o meno l'estirpo anche dei vigneti di particolare pregio, presentando semplicemente la domanda di contributo per l'estirpazione alla Comunità europea entro il 15 settembre 2008. «Bastava poco - aggiunge Valentini - per mettere al riparo da ogni rischio di estirpazione aree viticole di alto pregio, quali i terroir vitivinicoli delle Isole Giglio e Elba, dei Colli Apuani e della Val d'Orcia in Toscana; l'area del Soave Superiore (dove fra l'altro gli stessi viticoltori hanno riconosciuto i propri cru) e quella del Cartizze a Valdobbiadene, e, sempre per rimanere nel Prosecco, le colline terrazzate di San Pietro di Feletto in Veneto; l'intera zona di confine con la Slovenia del Collio e dei Colli Orientali in Friuli Venezia Giulia; la Val di Susa e il Canavese in Piemonte; i "vigneti delle sabbie" (a piede franco) del ferrarese in Emilia Romagna e le aree vitate del Parco dei Colli Romani nel Lazio».

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