Nei vitigni autoctoni della Calabria l’unione fa la forza
I vitigni autoctoni rappresentano un importante patrimonio varietale del nostro Paese da recuperare e salvaguardare. Questo è il filo conduttore del considerevole lavoro di ricerca presentato a Cirò Marina (Kr) lo scorso 10 maggio, durante il convegno 'I vitigni autoctoni della Calabria. Una risorsa di variabilità genetica e qualitativa”. Un lungo e complesso studio, articolato in diversi campi di indagine: storico-antropologico, viticolo, genetico, ampelografico, enologico, virologico e selettivo. Il tutto reso possibile dall'altissimo livello degli esperti coinvolti nel progetto e dalla sinergia tra impegno pubblico e privato, come quello dimostrato dall'assessore all'Agricoltura della Regione Calabria, Mario Pirillo, e dall'azienda Antonio e Nicodemo Librandi, portabandiera nel mondo del vino calabrese.
Ma prima di entrare nel merito di quanto effettivamente è emerso sui vitigni autoctoni calabresi e successivamente raccolto nella pubblicazione dei f.lli Librandi (nella foto a sinistra Nicodemo Librandi) 'Il Gaglioppo e i suoi fratelli. I vitigni autoctoni calabresi” è giusto fare una considerazione sul significato del termine 'autoctono”. Come ha spiegato Mario Fregoni, moderatore del congresso, questo parola di derivazione greca che significa 'nativo” viene utilizzata per indicare l'origine di un vitigno in un'area geografica ben determinata. Ora, nella maggior parte dei casi, risulta impossibile verificare la nascita delle varietà attuali ma, si può stabilire che un vitigno coltivato da 2-3 secoli in una zona ben precisa possa essere considerato autoctono di quell'area.L'importanza di salvaguardare i vitigni autoctoni del nostro Paese e recuperare quelli più rari che rischiano davvero di scomparire è facilmente intuibile. La grande diffusione delle varietà internazionali, provenienti principalmente dalla Francia e diffuse in tutto il mondo hanno, nel corso degli anni, da un lato migliorato la qualità dei vini prodotti ma dall'altro hanno decisamente appiattito ogni sorta di differenziazione, di unicità, di particolarità e di legame con il proprio territorio d'origine. Ecco allora la speranza per i vitigni autoctoni di emergere, di farsi conoscere da un pubblico diventato nel corso del tempo sempre più attento, esigente e curioso di scoprire nel vino sensazioni nuove, differenti, uniche.
L'Italia vanta indubbiamente un gran numero di vitigni autoctoni, spesso dimenticati o addirittura sconosciuti, la cui riscoperta e valorizzazione richiedono un considerevole impegno da parte dei produttori e di tutti gli addetti ai lavori. Bisogna anche tenere in considerazione che spesso molti vitigni autoctoni sono in effetti casi di sinonimia o omonimia, cioè ci si trova di fronte a vitigni identici ma chiamati con nomi diversi a seconda delle varie località, oppure a vitigni differenti tra loro ma accomunati dal medesimo nome. Dunque, la strada da intraprendere è certamente ardua e faticosa ma al tempo stesso molto affascinate e stimolante, capace di caratterizzare l'identità di ogni singolo paese anche attraverso un bicchiere di vino.
Ecco allora definirsi chiaramente l'importanza del progetto intrapreso dai f.lli Librandi, messo in atto attraverso un programma di ricerca e recupero sul territorio calabrese dei diversi vitigni autoctoni, seguito da un attento studio per descrivere e catalogare tutte le varietà presenti, esaminarne lo stato fitosanitario, selezionare e omologare cloni di qualità e fornire, così, anche un importante strumento di lavoro ai vivaisti. In concreto, a partire dal 2003, tutto il materiale collezionato con passione è stato innestato presso l'azienda Rosaneti, tra Rocca di Neto e Casabona, in un campo sperimentale a forma di spirale in cui si susseguono 2.800 viti, tra le quali sono state individuate ben 92 varietà diverse. Per l'esattezza, il terzo campo sperimentale sui vitigni autoctoni che la famiglia Librandi ha qui messo a dimora dopo aver acquistato questa azienda nel 1997.
Entrando nel vivo del convegno, numerosi sono stati gli interventi degli esperti che hanno illustrato un quadro internazionale sui vitigni autoctoni. Partendo dal Codice dei caratteri descrittivi per la vite, presentato da Angeliki Tsioli, responsabile dell'Unità di viticoltura dell'Oiv, che ha permesso di identificare e descrivere 373 varietà in 12 paesi del mondo, di cui ben 74 sono presenti in Italia, si è passati ad esaminare, attraverso la relazione fatta da François Murisier, presidente della Commissione viticoltura Oiv, la realtà svizzera del Vallese. Qui, nel 1990, trovavano dimora più di 50 varietà di uve, tra le quali, 4 varietà non locali occupavano circa il 90% della superficie vitata. Ma proprio in quegli anni l'interesse per gli autoctoni svizzeri, come l'Arvine, incominciò ad aumentare e qualche anno più tardi iniziò il lavoro per la salvaguardia della diversità genetica delle varietà tradizionali.Anche in Spagna l'attenzione per i vitigni autoctoni occupa una posizione di rilievo, tanto da dominare in modo quasi assoluto sulle varietà internazionali. Vicente Sotés Ruiz, presidente del gruppo esperti clima Oiv, ha sottolineato come le difficoltà non siano mancate nemmeno qui, anche a causa delle differenze tra le lingue parlate nel paese. Per esempio, il Tempranillo, vitigno autoctono molto diffuso in Spagna, conta ben 13 sinonimi. In totale, si possono contare in Spagna una trentina di varietà tradizionali capaci di mantenere la loro importanza e stimolare la ricerca per salvaguardare i vitigni minori che hanno più difficoltà di espansione e pertanto sono a rischio di estinzione.
Nella Valle della Loira è stato fatto, invece, un lavoro diverso, studiando le caratteristiche del territorio e il comportamento delle vigne. Questo, come ha mostrato Gérard Barbeau del Centre Inra d'Angers, ha reso possibile creare carte territoriali perfettamente sovrapponibili alle mappe catastali, in modo da valutare la relazione tra vitigno e territorio attraverso il rapporto tra la riserva idrica e quindi l'umidità del terreno e la precocità delle piante stesse. Una sorta di adattamento delle varietà al terroir.
Passando alla viticoltura calabrese della zona di Cirò, Crucoli, Cirò Marina e Melissa è subito emerso dalle parole dell'agronomo Andrea Paoletti l'interesse per diversi vitigni autoctoni, come il Gaglioppo nella sua tradizionale forma di allevamento ad alberello. Studi ampelografici, ha spiegato Anna Schneider del Cnr di Torino, hanno permesso di individuare, insieme all'analisi del Dna, variabilità genetiche e risolvere questioni di omonimia e sinonimia. è il caso, per esempio, del Greco bianco o Guardavalle, distinto dal Greco di Bianco che invece corrisponde alla Malvasia delle Lipari, come ha osservato anche Donato Antonacci del Cra di Turi. Osservando la collezione di Rosaneti, su 166 varietà analizzate sono emersi 92 profili unici, con Dna diversi tra loro. Questo è quanto risultato dalle analisi genetiche condotte da Stella Grando dell'Istituto agrario San Michele all'Adige. Tra questi, alcuni vitigni hanno mostrato delle somiglianze con varietà presenti anche al di fuori della Calabria, come nel caso Gaglioppo con il Sangiovese, i quali stringono tra loro una relazione di primo grado, come padre-figlio o fratelli. Indispensabile si è dimostrata anche una selezione sanitaria per ottenere cloni sani, omogenei sotto il profilo comportamentale. Infatti, come ha riportato Franco Mannini del Cnr di Torino, nel caso specifico dei tre vitigni esaminati a Cirò (Gaglioppo, Magliocco e Pecorello) buona parte dei 300 ceppi esaminati si è mostrata infetta, ma quelli sani hanno trovato subito dimora nel campo di omologazione dell'Azienda Librandi.
Infine, da un punto di vista strettamente enologico, il lavoro svolto dall'enologo Donato Lanati e Dora Marchi (Enosis) ha messo in luce come gli autoctoni siano varietà piuttosto tardive e perciò molto esigenti in fatto di territorio. Nel caso del Gaglioppo, inoltre, la ricchezza di tannini e la scarsa componente di antociani rappresenta una vera e propria sfida, in grado di rendere ancora più interessante la vinificazione delle sue uve. Dunque, il frutto di questa complessa ricerca, che ha unito il lavoro di tante persone, ha permesso di redigere una serie di schede ampelografiche e analitiche dei vitigni autoctoni calabresi, vera risorsa di variabilità non solo genetica ma anche qualitativa.
Luca Rodolfi

