I vini del Nuovo Continente contrastano l'egemonia storica della vecchia Europa. Le produzioni argentine (ma non solo, anche di Cile, Australia, Sud Africa e persino Nuova Zelanda) stanno rubando la scena ai prodotti di origine europea, da sempre in testa ai mercati internazionali.
Il francese Michel Rolland, vero e proprio guru del vino, il principale enologo al mondo - o, per lo meno, il più influente e costoso - ha scelto proprio questo paese nel cuore del Sud America per intraprendere una nuova avventura e creare l'ennesima leggenda nel settore dell'enologia.
è una lunga storia. Ma andiamo con ordine, partiamo dal principio. Michel Rolland conosce per la prima volta l'Argentina nel 1988. Visita la cantina di San Pedro de Yacochuya, a Salta. Subito rimane estasiato. L'anno dopo scopre la regione di Mendoza e la Valle de Uco.
Si innamora nuovamente e, se possibile, ancor più profondamente di questi luoghi. Rolland comunque, parecchi anni dopo, si renderà conto che, più della natura libera e selvaggia, più della montagna nuda e rocciosa e delle distese brulle, a conquistarlo fu soprattutto l'atmosfera argentina: quell'aria malinconica, romantica e tenera che si legge negli occhi della gente.
 Torniamo però ai fatti: siamo a Mendoza, è il 1989. Nella mente del francese iniziano a farsi strada alcune idee ambiziose, molto ambiziose. Giorno dopo giorno queste idee diventano sempre più nitide e delineate.


DESERTO E MONTAGNA. Rolland è convinto di aver trovato il posto giusto: la piccola località di Vistaflores - 1.100 metri di altitudine, a Tunuyàn nella Valle de Uco, un centinaio di chilometri dal centro di Mendoza. La zona è perfetta per l'uva, le condizioni climatiche sono buone: trecento giorni di sole all'anno, temperature non eccessivamente calde e precipitazioni che non superano i 200 millimetri annui. E a far da cornice la Cordigliera delle Ande, con le superbe vette dell'Aconcagua (6.959 metri). Un immenso deserto dove soltanto la caparbietà dei vigneti resiste.


MALBEC. A Mendoza di vino si parla da sempre. E il vino principe è il Malbec. Anche Michel Rolland è un principe, ha conquistato i palati di gran parte del pianeta, quelli dei raffinati francesi in primis. Eppure non sembra essere abbastanza. L'enologo non si accontenta. Sempre a caccia di tutto ciò che il mondo del vino racchiude, sapori e cultura, tradizioni e novità: adesso vuole anche elaborare il miglior Malbec del mondo. Vuole salire in cattedra e raggiungere ulteriori, importanti spazi sui mercati.
«Rimasi affascinato dall'enorme potenziale dell'Argentina», spiega oggi Rolland, soddisfatto e compiaciuto nel guardarsi indietro. E continua: «Tuttavia, dimostrare che anche in Sud America, con una viticultura moderna e ragionata, si potevano elaborare vini di grande qualità, al pari delle produzioni europee, era una sfida non da poco. Era un rischio iniziare: Mendoza è già una zona conosciuta per il vino, quindi un vigneto non era nulla di nuovo. E poi alla fine degli anni '90 il Paese si stava avviando pericolosamente verso la crisi». Infatti, sono intanto passati quasi dieci anni dal 1989. La svalutazione della moneta continua senza sosta e la situazione politico-economica dell'Argentina appare via via più instabile (instabilità che culminerà nella drammatica crisi della fine del 2001). Non è semplice per l'enologo francese, dunque, trovare potenziali imprenditori disposti ad investire e a scommettere nel progetto.


CLOS DE LOS SIETE. L'obiettivo è chiaro: ottenere la massima espressione del terreno, creando un vino con un'immagine forte, decisa e unica. Poi, finalmente, un gruppo sembra esserci; la decisione si prende da un giorno all'altro. è il 1998, Rolland e i suoi soci comprano a Vistaflores la bellezza di 850 ettari di terra, che vengono distribuiti tra i sette acquirenti e nasce la firma: Clos de los Siete, 'la compagnia dei sette” appunto. La somma totale degli investimenti sfiora i 50 milioni di dollari.
 A ciascuno la sua vendemmia. Ogni socio, nel suo appezzamento, può produrre etichette proprie, ma l'accordo specifica che il sessanta per cento del raccolto venga destinato all'elaborazione di un vino comune, di categoria superiore, che viene chiamato proprio Clos de los Siete. Nel 1999 si piantano così i primi vitigni, domina il Malbec (circa il 55%): in nessun altro luogo come in Argentina riesce ad adattarsi tanto bene al terreno e a rivelare la sua straordinaria ricchezza. Sul resto della superficie si distribuiscono Cabernet Sauvignon, Merlot, Syrah, Pinot Noir e Petit Verdot.
Tra marzo e aprile del 2002 si completa la prima vendemmia (le stagioni nell'emisfero australe sono al contrario rispetto all'amisfero boreale) e l'anno successivo sono in vendita le prime bottiglie di 'Clos”. Un rosso deciso, frutto dell'assemblaggio di: Malbec, Cabernet Sauvignon, Merlot e Syrah. Vino dai profumi intensi: frutti neri, spezie e tostature. Rotondo e concentrato al palato. Le critiche sono buone da subito, la qualità è impeccabile.


ORO IN BOTTIGLIA. Acquisto proprietà. Conversione del terreno per piantare i vitigni. Perforazione della pietra per l'estrazione dell'acqua e costruzione di un sistema d'irrigazione. Vanno poi aggiunti ingenti costi per realizzare le bottiglierie (attualmente sono tre quelle in funzione) e, ovviamente, macchinari, cisterne, barrique in rovere per l'invecchiamento, manodopera, tecnici qualificati. Si fa presto a raggiungere 50 milioni di dollari. La cifra dovrebbe essere recuperata in dieci anni.
A giudicare da queste primissime annate, secondo gli esperti, non ci sono dubbi: Michel Rolland ha fatto centro ancora una volta. La prima assoluta del Clos de los Siete (che entra sul mercato a un prezzo di 16 dollari la bottiglia) è nel 2003. Immediatamente ottiene 90 punti nella classifica della prestigiosa rivista Wine Spectator; è un vino con un ottimo rapporto prezzo/qualità. Nel giro degli ultimi quattro anni, l'ottanta per cento della produzione raggiunge Francia, Svizzera, Stati Uniti, Canada e Brasile.
è una lunga storia, questa, e sottolinea brillantemente lo spessore della cultura enologica: tutto è un gioco ambivalente tra sapore e sapere, tra gusto e intelligenza, tra rischio, incertezza, passione e schietta - quasi rude - autenticità della terra. Una lunga, irresistibile storia.

Elisa Teja