L'iniziativa è più che meritevole di attenzione. In momenti di contraffazione e plagi di ogni genere in campo alimentare, dotare le bottiglie di vino costoso (e il Brunello, nonostante lo scandalo, resta 'caro”) di un certificato di garanzia che la bottiglia è effettivamente uscita da quella cantina (e non da qualche fabbricchetta da sottoscala), non può che fare bene. Dotare di quello che viene definito un  Dna digitale ogni etichetta è una strada per tutelare al meglio i prodotti di alta gamma. E non a caso viene fatto anche dall'acetaia San Giacomo per il suo aceto balsamico tradizionale di Reggio Emilia o l'olio Benacus. Il codice a barra permette, via web o telefono, di avere una conferma dell'autenticità del prodotto. Un caso esplicito, quello della cantina Ciacci Piccolomini d'Aragona è ben spiegato in un servizio pubblicato ieri dal 'Corriere della sera” che di seguito riportiamo.

Peccato, aggiungiamo, che questo Dna digitale confermi, come detto, la provenienza del bene in questione, ma non già della sua composizione genuina.  Nel caso della cantina in questione non c'è nessun dubbio al momento: si tratta di Brunello al 100% a base di San Giovese. Il produttore non è stato infatti coinvolto nell'inchiesta. Ma se anche le cantine sotto inchiesta, giusto per uscire dallo stato di sospetto in cui si trovano, si dotassero di questo Dna digitale? La bottiglia sarebbe certamente suscita ad esempio da quella cantina, ma chi garantirebbe che il contenuto risponde a quanto previsto dal disciplinare?

La soluzione forse ci sarebbe: inserire in questo codice a barra anche la certificazione del DNA genetico vero e proprio, magari in base all'analisi dei componenti di antociani o altri elementi che permettono di individuare con precisione di cosa è fatto un determinato vino. Una soluzione che, temiamo, al di là dei costi, non piacerebbe ai più.

Alberto Lupini


Da il Corriere della sera – 8 ottobre 008
'Le telefonate
«Ho comprato il Brunello.
è quello vero?»


MILANO - Se aumentano le notizie di vino taroccato - l'ultima risale a qualche settimana fa e riguarda un carico di Amarene falso, pronto a salpare dal porto di Livorno per gli Stati Uniti, sequestrato dalla Guardia di Finanza - cresce la lotta alla contraffazione e alle frodi commerciali anche nel comparto vinicolo, una delle voci più rappresentative del made in Italy nel mondo. E la casa Ciacci Piccolomini d'Aragona, che fa capo a Paolo e Lucia Bianchini, è tra gli antesignani ad aver adottato sistemi innovativi per combattere l'eno-pirateria e garantire l'autenticità, l'origine e la qualità del proprio Brunello e Rosso di Montalcino. L'ultimo è il Dna digitale.
Con 200 mila bottiglie complessive prodotte ogni anno, destinate prima di tutto alla tavola degli Stati Uniti, primo mercato dove arriva il 40% della produzione, «l'azienda ha sempre cercato di attrezzarsi con sistemi per contrastare la falsificazione», afferma Mauro Zanca, marito di Lucia e responsabile vendite e marketing.
Così già quattro anni fa Paolo Bianchini per proteggere i suoi vini, aveva applicato un microchip sull'etichetta delle bottiglie. «Però il consumatore aveva difficoltà ad identificarlo, perché serviva un apposito strumento. Perciò nel 2006 abbiamo cominciato a inserire uno speciale ologramma sulla capsula in argento, fatto dalla ditta tedesca Kurz, la stessa che fornisce la tecnica olografica alla Banca centrale europea per le banconote in euro», aggiunge Zanca.
Nel 2007 la cantina Ciacri Piccolomini ha aggiunto, per rafforzare le difese contro le falsificazioni, anche il codice certiLogo P«ma soltanto sul Brunello
lo di punta, quello che viene considerato gran cru della casa toscana e venduto nelle enoteche intorno ai 30-32 euro a bottiglia, poi daquest'anno anche sul Brunello di seconda fascia (con un prezzo tra i 24 e i 25 euro). «Più dispositivi si usano, più si complica la vita dei falsa-ri», commenta Zanca.
Si è trattato di una misura preventiva, anche perché «due anni fa abbiamo cominciato ad esportare i nostri vini in Paesi dove le contraffazioni sono più frequenti, come laCina: nell'Impero di Mezzo per ora vendiamo soltanto 3-4 mila bottiglie all'anno ma, come la Russia, dove siamo sbarcati di recente, è un mercato in forte espansione e sul quale puntiamo».
Però la scelta di vendere ciascuna bottiglia con la propria identità virtuale è stata valutata anche per altre ragioni. «Oltre ad essere un sistema di sicurezza, il Dna digitale è un modo innovativo per comunicare con i nostri clienti, visto che ogni volta che un consumatore inserisce il codice via Internet o manda un Sms 0 fa una telefonata, per verificare l'autenticità di un vino, riceve molte altre informazioni, in inglese, tedesco o italiano, a seconda dell'opzione linguistica scelta: quante bottiglie sono state prodotte, l'annata, le caratteristiche organolettiche, ma anche come conservarlo, come servirlo, con quali abbinamenti proporlo», sostiene Zanca.
E, dopo un anno di sperimentazione, le statistiche sul Bruneiio dicono che il 41% "delle richieste di verifica arrivano dall'estero, soprattutto dal Nord America (54%), il che dimostra l'attenzione dei consumatori americani alla qualità del food made in Italy, il 34% dall'Europa e l'8% da Asia-Oceania e Africa. Soprattutto attraverso Internet (il 57% delle interrogazioni) e gli Sms (24%).
Giù. Fer."