Vini Barolo, Lambrusco e trentini. Realtà molto diverse tra loro, ma che definiscono ognuna a modo proprio e con caratteristiche particolari il legame con il territorio. Dalle Langhe al Trentino, passando per la provincia di Modena, il vino, nelle sue tante declinazioni di gusto e colore, diventa icona unica del made in Italy. Mentre la crisi sembra essere passata e il vino italiano comincia a risalire la china, consorzi e produttori tirano il fiato e con cautela lanciano uno sguardo al futuro. Per gli 'enoturisti d'oltreoceano” e gli investitori internazionali, Modena è a un passo dalle Langhe e a un salto dalla Sicilia, come Trento alla periferia di Roma. Alla Bit di Milano abbiamo incontrato australiani e cinesi entusiasti di essere stati in Italia. Alla domanda: «Dove?» rispondevano: «In Italy»! Di là dalle polemiche su sistema e dimensioni del tessuto produttivo, 'la marca nazionale” ha i suoi punti di forza proprio nelle sue etichette. Per il presidente del Consorzio Tutela Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Roero Giovanni Minetti «l'attuale situazione non desta preoccupazioni, ma deve fare riflettere. Il tessuto produttivo delle Langhe e del Roero è fatto principalmente di piccole e medie aziende che fino alla fine degli anni Novanta operavano, di fatto, in un mercato assegnato, dove in base alla produzione dovevano gestire gli ordini che erano superiori all'offerta. Gli anni Duemila, invece, hanno di colpo posto le aziende di fronte alla necessità di dove 'fare” mercato. Questa esigenza ha colto molti produttori impreparati. Dopo un momento di difficoltà le aziende hanno ripreso ad aggredire il mercato, alcune facendo leva sui prezzi, altre cercando nuovi mercati e nuovi contratti, tentando, in alcuni casi, anche azioni sinergiche tra produttori diversi. Non posso affermare che la situazione sia totalmente ristabilita, ma le cifre ci dicono che il peggio è passato». La conferma viene anche dal direttore del Consorzio Claudio Salaris che aggiunge: «In generale i consumi in Italia sono stabili, con leggere riduzioni per quanto riguarda i vini di maggior prezzo, al di là della denominazione. Per i mercati esteri la situazione è più complessa e articolata perché ci sono mercati storici dove stiamo mantenendo le quote di mercato, anzi siamo in crescita negli Stati Uniti, in Canada, nel Sud Est asiatico. Segnali positivi vengono anche da parte di mercati nuovi, come i Paesi dell'Est europeo e il Brasile. La Svizzera, resta per noi un mercato molto importante, perché oltre ad assorbire rilevanti quote di prodotto, ha consumatori attenti che frequentano volentieri da turisti le nostre colline per acquistare vino e apprezzare le particolarità enogastronomiche del territorio». Nel panorama delle etichette che evocano immagini di convivialità e calore di famiglia, il Lambrusco occupa un posto particolare.
La spiegazione di tale fenomeno, lungi dal riguardare le moderne politiche di marketing, è da ricercare nell'anima stessa del rosso emiliano. Il suo segreto? Forse le bollicine, ma anche la 'vivacità commerciale” di un vino che, nato da umili origini, ha saputo conquistarsi fama e successo. «Il Lambrusco da secoli è parte integrante del paesaggio della provincia di Modena» ci spiega Giorgio Cavazzuti, direttore del Consorzio Marchio Storico dei Lambruschi Modenesi. Dal 1970, con l'approvazione dei disciplinari di produzione, il Lambrusco di Sorbara(131.456 ettolitri nel 2005) quello Salamino di Santa Croce (158.658 ettolitri) e il Grasparossa di Castelvetro (97.889 ettolitri) sono codificati in uno sforzo di miglioramento che ha dato, sino ad oggi, notevoli risultati qualitativi». Sinergia e valorizzazione del territorio sono le parole d'ordine anche per il direttore del Consorzio Vini del Trentino, Erman Rona (nella foto). In Trentino la produzione di uve nell'ultimo decennio si è attestata mediamente attorno a 1.100.000 quintali. «Nella vendemmia 2005 - spiega Erman Bona - sono stati raccolti dai soci del consorzio 1.053.438 quintali di uva di cui 653.897 a bacca bianca e 399.541 a bacca rossa. Oltre il 70% delle superfici vitate produce uve Doc valorizzate, con l'lgt, da un apposito Consorzio di tutela denominato "Vini del Trentino". Questo tavolo interprofessionale è rappresentativo di oltre il 90% dei vitivinicoltori locali.
Per la natura dei suoi territori impervi, il sistema viticolo provinciale sta privilegiando sempre più le uve bianche e in particolare lo Chardonnay, il Pinot grigio e il MullerThurgau. Non mancano però i grandi vitigni autoctoni a bacca rossa come il Teroldego e il Marzemino».