Per Carlo Bressan (nella foto), presidente del consorzio Arcole Doc, il debutto non poteva essere dei migliori per sottolineare le ambizioni di un vino che vuole fare parlare di sé a livello nazionale. E in effetti il battesimo dell'ultimo nato della giovane doc veronesevicentina, il 'Nero d'Arcole”, un ritrovato taglio bordolese frutto di 5 anni di ricerca, è avvenuto sotto i riflettori della seconda edizione di BCM, la manifestazione tenutasi quest'anno alla Villa La Favorita di Sarengo (Vc) per presentare, con oltre 300 etichette, una selezione importante della realtà enologica italiana che ruota intorno alla denominazione di bordolese, comprendendo per estensione Cabernet e Merlot in purezza, nonché qualche Carmènere e Petit Verdot.

 La new entry dei vini italiani, che coniuga il taglio bordolese a un taglio tipicamente veneto come l'appassimento delle uve, ha avuto padrini d'accezione come Sassicaia, Ornellaia, Opus One, Castel Scwanburg, Cantina Colterenzio, Masciarelli. Maculan, Sella e Mosca o Vistorta, per citare solo alcuni dei tanti vini in degustazione in rappresentanza di quella che da tempo si definisce come la parte più aristocratica del mondo del vino. Accanto ad alcuni dei migliori bordolesi di varie zone di produzione italiane, sono stati offerti in assaggi e in confronti di degustazione riservati ai giornalisti del settore Cabernet e Merlot, del Veneto (dove sono radicati da ormai duecento anni) e di diverse aree geografiche italiane dall'Alto Adige alla Sicilia. Il tutto per un totale di 17 regioni italiane (Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Abruzzo, Lazio, Campania, Molise, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna) che hanno fornito vini per un valore da enoteca di 90.000 euro, sulla base di prezzi medi indicati dagli organizzatori di 24 euro per i Bordolesi, 25 per i Cabernet e 26 per i Merlot. Valori forse un po' troppo alti, come ha sintetizzato fuori dal coro dei tanti elogi a questi straordinari vini, Giovanni Longo, presidente di Vinarius, che ha indicato proprio nell'eccesso di offerta a prezzi troppo alti (anche se per vini di qualità), la difficoltà di vendere oggi alla ristorazione questi vini. Giuseppe Meregalli ha per parte sua ricordato che il paragone di mercato è il il Bordeaux, e a ciò occorre rifarsi, tenendo conto che oggi si vende per brand o per scelta di eccellenza e diversificazione.

Altro tema importante discusso in un convegno è stato quello dell'annoso dibattito se sia meglio valorizzare vini del territorio, i cosiddetti autoctoni, o quelli più internazionali, quali appunto il taglio bordolese. Netta in proposito la posizione di Emilio Pedron, amministratore delegato di Giv (70 milioni di bottiglie in tutta Italia), per il quale anche se ci sono tanti Merlot e Cabernet nel mondo, ciò non significa che non possano dare valore a un territorio se coltivati in modo ottimale. Una posizione rilanciata anche da Franco Giacosa (Zonin), da sempre sostenitore dei vitigni autoctoni, ma proprio per questo anche dei bordolesi visto che in molte realtà rappresentano proprio il territorio per tradizione e cultura diffusa.

m.p.