Anche il vino è destinato a soffrire della sindrome cinese? Probabilmente sì, solo che l'offensiva non arriva per ora da Pechino bensì da Auckland e Sidney. A copiarci sono infatti soprattutto australiani e neozelandesi. E questo proprio mentre Giappone, Thailandia, la stessa Cina e la Corea sembrano affezionarsi di più allo stile italiano del vino, in particolare alle bollicine. L'allarme ancora una volta deriva da un recente studio dell'Ismea, presentato dall'Osservatorio del Vino al Salone di Torino, secondo cui Australia e Nuova Zelanda hanno recentemente scoperto i vitigni autoctoni italiani e ne vanno facendo produzioni di nicchia per aggredire le fasce alte di mercato. Come se non bastasse hanno abbandonato la barrique ad ogni costo e stanno rivoluzionando il packaging del vino per renderlo più fruibile a costi competitivi. Il nuovo stile del vino in questi Paesi ha consentito di aumentare il consumo interno di oltre il 24% annuo. E ciò grazie a tre elementi: il tappo a vite, che rende il vino più immediato nel consumo e nell'immagine, la comparsa dei vini senza legno e, soprattutto, la differenziazione del gusto attraverso l'introduzione di nuovi-antichi vitigni. In Australia, si trovano Sangiovese, Marzemino, Lambrusco, Sagrantino prodotti in Barossa e Yarra Walley, mentre la Nuova Zelanda, grande produttrice di Pinot Nero e di bianchi come Chardonnay e Sauvignon, sta puntando sul Vermentino, soprattutto nella zona di Canterbury. E intanto, in entrambi i Paesi si vende meno vino italiano (2,67% in Australia e -1,11% in Nuova Zelanda), mentre l'Italia sta invece comprando più vino: +17,8% dall'Australia e + 2,69% dalla Nuova Zelanda.