Un' alimentazione equilibrata è un'alimentazione corretta e ci aiuta a stare bene, fornire sostanze nutritive quali proteine, carboidrati, grassi, sali minerali, acqua e vitamine permette al nostro organismo di svilupparsi, rigenerarsi e difendersi dalle patologie che insorgono nel tempo. Un piccolo esercito al nostro servizio che ha bisogno di corrette indicazioni date dagli alimenti che ingeriamo.

Non tutti gli organismi reagiscono allo stesso modo a contatto con le stesse sostanze ed in taluni casi il processo metabolico di semplificazione può addirittura causare reazione rendendo l'assunzione di determinati alimenti assolutamente perniciosa, la ricerca si è occupata molto e continua a farlo del legame tra alimentazione e infiammazione.

Sono stati condotti numerosi studi in questo senso, ma il professore Carlo Selmi, responsabile della sezione di Reumatologia e Immunologia Clinica dell’Istituto Clinico Humanitas e docente dell’Università degli Studi di Milano, sottolinea che gli studi più solidi sono quelli su larga scala o che coinvolgono ampi database di popolazione. Ne è un esempio la rassegna sistematica degli studi noti dedicati agli effetti di frutta e verdura sulle malattie infiammatorie.

L’articolo, pubblicato sullo European Journal of Nutrition, è un esempio di come la ricerca clinica e di laboratorio fornisca dati importanti ma non esaustivi. Qualche esempio: per quanto riguarda il diabete di tipo II, patologia strettamente correlata all’alimentazione, i dati in possesso sono nell’ordine della probabilità mentre nel caso delle malattie infiammatorie croniche distinguiamo i dati relativi alle patologie che interessano l’intestino e quelli concernenti l’artrite reumatoide.

Nel primo caso i dati umani sono insufficienti, nel secondo siamo ancora nel campo delle possibilità, dove la statistica non ci può ancora essere d'aiuto, la nostra cura verso il nostro organismo e una corretta educazione alimentare ci può aiutare a capire quali alimenti siano benefici e quali meno perché diviene troppo complesso l'assorbimento e la restituzione di energie, perché abbiamo sviluppato una reazione allergica o semplicemente una modifica genetica del prodotto lo rende di difficile assorbimento dal nostro apparato digerente.

Per quanto importanti, gli studi di questo tipo hanno tuttavia dei limiti; non di rado capita che si osservino evidenze opposte, ne è un esempio il caso del caffè: bevanda che, a fronte di numerosi effetti positivi riscontrati in studi di laboratorio è anche alimento trigger (grilletto), capace di scatenare dolore in alcuni pazienti affetti da artrite reumatoide. Si è osservato infatti che alcuni soggetti provano dolore in seguito all’assunzione di alcuni alimenti, si tenta allora di eliminarli dalla dieta per qualche settimana e si vede cosa accade.

I cosiddetti trigger variano da paziente a paziente, dunque è difficile fare una casistica, i più segnalati sono: carni grasse e di manzo, arance, latte e latticini, uova e caffè appunto, ma anche in alcuni casi il glutine contenuto nella dieta. A questo proposito, la dieta a eliminazione di elementi che scatenano dolore ha portato un miglioramento soggettivo in due terzi dei pazienti in uno studio controllato.

Risulta dunque fondamentale per una corretta difesa del nostro organismo abilitare delle pratiche consone, che possono variare da persona a persona, essenziale risulta l'identificazione e del dolore e quindi scelta di un percorso di cura, nei tempi e modi di assunzione, con una corretta dinamica di approvvigionamento dei cibi ed una attenzione e sensibilità alla sintomatologia.

Possiamo prendere a modello l’artrite reumatoide: patologia infiammatoria cronica piuttosto diffusa (0,5-1% della popolazione) che colpisce le articolazioni ma non solo, diagnosticata soprattutto nelle donne e generalmente nei giovani adulti. Sono stati condotti due studi su pazienti affetti da questa patologia: il primo suggeriva loro di seguire la dieta mediterranea tipica dell’isola di Creta in cui l’olio di oliva è pressoché l’unica fonte di grassi.

il secondo si basava sempre sulla dieta mediterranea, ma prevedeva alcune lezioni settimanali di educazione a questo tipo di alimentazione. Dai risultati è emerso che in entrambi i casi i pazienti avevano un miglioramento della sintomatologia dolorosa che è piuttosto invalidante in questa malattia; i pazienti del secondo gruppo però segnalavano anche una riduzione della disabilità, intesa come maggior autonomia nel condurre la vita quotidiana.

Esistono alimenti che contengono molecole antinfiammatorie, come nel caso dell’olio di semi di lino che contiene acidi grassi omega3 o dei pomodori, ricchi di licopene, un importante immunomodulatore. Anche gli studi condotti sui singoli supplementi hanno grossi limiti: gruppi di pazienti piccoli, eterogenei, risultati spesso inficiati dall’uso non della singola molecola naturale antinfiammatoria, ma di alimenti o preparati contenenti molti altri costituenti o eccipienti. Segnaliamo comunque l’importanza degli antiossidanti come i polifenoli contenuti nel cacao, per esempio, le vitamine C ed E e il già citato licopene sebbene anche in questi casi, come ben illustrato dalla vitamina D, i dati siano scarsamente conclusivi.