«Ho passato trent'anni mangiando fuori casa: panini o piattini in bar e fast food, primi e
secondi veloci in ristorantini e ristoranti. Purché leggero ho sempre mangiato fuori casa. Ma
ora non mi basta più: sto invecchiando e guardo con angoscia i giovani dirigersi in frotte
e in fretta verso uno dei soliti punti di riferimento del 'centro” alimentare. Ne ho sempre
meno voglia perché invecchio e perché è sempre più banale quello che mi servono a
tavola. Perché i tempi del servizio sono sempre più lunghi e tanto più impersonale e
inaccogliente l'ambiente da abitare per 40 minuti. E' questo, difatti, il tempo minimo
indicato per un relax signifi cativo, di meno non si può davvero, purché l'attesa non duri più
di 10 minuti e il tempo non passi nell'attesa di un qualcosa assolutamente mediocre. Lo
stress del lavoro che si somma allo stress della pausa pranzo può risultare fatale, a lungo
andare. Sogno un posto dove la discrezione è di casa, le pietanze appaganti ma scarse di
quantità, espresse, anche nella velocità, a tenore di colesterolo dichiarato, magari a stelle
(*<30% di colesterolo; ** < 20% di colesterolo; *** < 10% di colesterolo; **** colesterolo
assente). Musica di sottofondo, perché la gente parli piano e si confi di o spettegoli, ma non
schiamazzi l'ordinaria quotidianità. Il pranzo è un momento speciale e anche la pausa di
lavoro può essere fonte di qualità educativa, al gusto, sì, ma anche al relax, alla socialità,
alla salute, in fondo. Quanto un ristoratore appassionato può contribuire alla qualità della
vita di chi non può tornare a casa a rilassarsi un po' prima di riprendere il lavoro? E quindi,
quanto può infl uire nel dare o togliere salute? Buone materie prime, un'organizzazione
mirata al servizio, un cuoco esperto, veloce e sensibile, un ambiente di gusto, un prezzo
accessibile, una parola o un sorriso da padrone di casa: sono gratifi cazioni che fanno bene
all'anima e anche alle coronarie».

Bruno Sgherzi