Il cuoco e il rapporto con il cibo
Mettere in tavola un piatto cucinato con amore, sensibilità e studio delle materie prime è un atto sacro che esiste sin dalle origini dell’uomo. Questo deve ricordarsi ogni chef quando entra in cucina
Sembra un’osservazione banale, ma c’è qualcosa di spirituale nel rapporto tra chi cucina ed il cibo? Il primo rapporto dell’uomo con chi cucina è la propria “mamma”. Successivamente si incontra e ci si affida ad un cuoco vero, a chi in fondo ha sviluppato una leadership, un’esperienza; in realtà il cuoco è custode, consciamente oppure no, di una “spiritualità” del e con il cibo. Spirituale è una parola ebraica che significa infatti “respiro, alito” qualcosa che ha molto a che fare con il corpo, con l’intimità di una relazione, nella quale, appunto due persone si scambiano un soffio, un respiro, proprio come tra una mamma e il figlio.

In fondo “mangiare” è la storia dell’uomo, ci si nutre per vivere. Quando si desidera incontrare un amico e sostare un po’ di tempo con lui, in genere lo si invita a pranzo o a cena: “Ti va di mangiare qualcosa insieme?”, oppure, se il tempo è poco, si prende con lui un caffè, una tazza di tè, un bicchiere di vino. Il cibo è una necessità, ma anche un’occasione per stare insieme, per parlare e raccontarsi, per aggiornare l’altro sugli ultimi avvenimenti, di come vanno le cose, a volte per confidarsi. Intorno alla tavola fioriscono e crescono le amicizie, la vita delle famiglie e allo stesso modo la vita di ogni comunità umana e religiosa.
“Dimmi come (e con chi) mangi e ti dirò chi sei!”, perché stare a tavola è esercizio di umanizzazione. A tavola non si condivide soltanto il cibo, ma sguardi, parole, sorrisi, cioè il senso della vita sostenuto dal cibo stesso. Mangiare insieme è una dimensione che apre alla comunione. Una comunione di cui si fa esperienza sin dalla primissima infanzia, nel rapporto madre-neonato.
Per molti frati, soprattutto nelle grandi comunità, il cibo è qualcosa che entra in scena e alla fine del pasto scompare (in quel che resta) sopra un carrello di metallo con le rotelle. Generalmente si presenta già pronto e ben ordinato dentro grandi vassoi, perché ognuno possa fare la sua scelta. C’è chi si è preoccupato di acquistarlo, di conservarlo e cucinarlo per noi, che siamo così l’ultimo anello di un’efficace catena di montaggio. Pochi frati, a volte nessuno, hanno messo, come si dice, “le mani in pasta”, si sono cioè dedicati in qualche modo alla cura del cibo del quale tutti possono fruire, in genere con discreta abbondanza e varietà, esattamente quello che avviene in ogni ristorante.
Per la spiritualità orientale ci sono alimenti, come la carne e il pesce ad esempio, che sviluppano le qualità materiali del cervello e la mente animale e altri, come la verdura e la frutta, che aiutano a sviluppare un cervello e una mente spirituali. Questo perché i nostri recettori del gusto e della vista portano al cervello sensazioni e percezioni che vengono poi elaborate come concetti. Questi concetti, se ripetuti nel tempo, si trasformano in abitudini mentali che poi vengono manifestate come qualità della mente materiali o spirituali.
Anzi, potremmo dire che il mangiare è una storia del corpo. Ecco perché il cibo è così strettamente connesso con la spiritualità. Quando mangiamo, noi mostriamo che continuamente riceviamo la vita da qualcosa di esterno che immettiamo in noi. Attraverso il cibo noi giungiamo a celebrare il nostro limite, riconosciamo di non essere autosufficienti, onnipotenti. Ma, al contempo, diciamo che il limite è una cosa positiva, perché è ciò che rende possibile la relazione con gli altri. Mangiare, insomma, richiama l’opera di Dio che continuamente ci nutre, ci dà la vita.
Ero partito dal rapporto del cuoco con il cibo, e questa è la storia più importante, la grande responsabilità, la grande missione, cucinare è qualcosa di sacrale, di divino, in fondo si sacrifica la vita di vegetali, di animali, e di tanto ancora per una continuità della vita stessa.
Oggi, tutto questo viene identificato in varie maniere, tra cui una sostenibilità, l’attenzione al benessere degli animali, l’attenzione all’agricoltura ed alla terra, ad una qualità sempre più attenta e ricercata, una qualità sempre più “salutare”, ma di fatto si tratta di cucinare. Questo è il Cuoco.

Ogni piatto cucinato è un atto d'amore nei confronti del prossimo
Il cibo come relazione tra le persone, in questo scatta anche la vera spiritualità, il cibo è per il corpo, ma raggiunge Dio, un Dio per tutti e di tutti, basti pensare al significato religioso che l’uomo ha dato al cibo. Due esempi: nel Corano si racconta che il chicco di riso è una goccia di sudore di Maometto caduta dal cielo; per i Cristiani, il vino è il sangue di Cristo e il pane, prodotto con sudore è il corpo dello stesso. «Bevete e mangiatene tutti e fate questo in memoria di me», dice Cristo durante l’ultima cena ai suoi apostoli, “cumpanaticum” in compagnia, un rapporto con il cibo davvero straordinario.In fondo “mangiare” è la storia dell’uomo, ci si nutre per vivere. Quando si desidera incontrare un amico e sostare un po’ di tempo con lui, in genere lo si invita a pranzo o a cena: “Ti va di mangiare qualcosa insieme?”, oppure, se il tempo è poco, si prende con lui un caffè, una tazza di tè, un bicchiere di vino. Il cibo è una necessità, ma anche un’occasione per stare insieme, per parlare e raccontarsi, per aggiornare l’altro sugli ultimi avvenimenti, di come vanno le cose, a volte per confidarsi. Intorno alla tavola fioriscono e crescono le amicizie, la vita delle famiglie e allo stesso modo la vita di ogni comunità umana e religiosa.
“Dimmi come (e con chi) mangi e ti dirò chi sei!”, perché stare a tavola è esercizio di umanizzazione. A tavola non si condivide soltanto il cibo, ma sguardi, parole, sorrisi, cioè il senso della vita sostenuto dal cibo stesso. Mangiare insieme è una dimensione che apre alla comunione. Una comunione di cui si fa esperienza sin dalla primissima infanzia, nel rapporto madre-neonato.
Per molti frati, soprattutto nelle grandi comunità, il cibo è qualcosa che entra in scena e alla fine del pasto scompare (in quel che resta) sopra un carrello di metallo con le rotelle. Generalmente si presenta già pronto e ben ordinato dentro grandi vassoi, perché ognuno possa fare la sua scelta. C’è chi si è preoccupato di acquistarlo, di conservarlo e cucinarlo per noi, che siamo così l’ultimo anello di un’efficace catena di montaggio. Pochi frati, a volte nessuno, hanno messo, come si dice, “le mani in pasta”, si sono cioè dedicati in qualche modo alla cura del cibo del quale tutti possono fruire, in genere con discreta abbondanza e varietà, esattamente quello che avviene in ogni ristorante.
Per la spiritualità orientale ci sono alimenti, come la carne e il pesce ad esempio, che sviluppano le qualità materiali del cervello e la mente animale e altri, come la verdura e la frutta, che aiutano a sviluppare un cervello e una mente spirituali. Questo perché i nostri recettori del gusto e della vista portano al cervello sensazioni e percezioni che vengono poi elaborate come concetti. Questi concetti, se ripetuti nel tempo, si trasformano in abitudini mentali che poi vengono manifestate come qualità della mente materiali o spirituali.
Anzi, potremmo dire che il mangiare è una storia del corpo. Ecco perché il cibo è così strettamente connesso con la spiritualità. Quando mangiamo, noi mostriamo che continuamente riceviamo la vita da qualcosa di esterno che immettiamo in noi. Attraverso il cibo noi giungiamo a celebrare il nostro limite, riconosciamo di non essere autosufficienti, onnipotenti. Ma, al contempo, diciamo che il limite è una cosa positiva, perché è ciò che rende possibile la relazione con gli altri. Mangiare, insomma, richiama l’opera di Dio che continuamente ci nutre, ci dà la vita.
Ero partito dal rapporto del cuoco con il cibo, e questa è la storia più importante, la grande responsabilità, la grande missione, cucinare è qualcosa di sacrale, di divino, in fondo si sacrifica la vita di vegetali, di animali, e di tanto ancora per una continuità della vita stessa.
Oggi, tutto questo viene identificato in varie maniere, tra cui una sostenibilità, l’attenzione al benessere degli animali, l’attenzione all’agricoltura ed alla terra, ad una qualità sempre più attenta e ricercata, una qualità sempre più “salutare”, ma di fatto si tratta di cucinare. Questo è il Cuoco.


