Legge sul copyright al voto. L'informazione 2.0 ad una svolta
La legge sul copyright verrà votata domani e colossi del web come Google e Facebook già tremano e si lamentano gridando ad una sorta di “lesa maestà”. Incomprensibile se si ragiona su basi etiche ed economiche
In primis c’è il rispetto per il lavoro dei professionisti dell’informazione, che con fatica e senza neanche riuscire ad incassare molto denaro cercano ogni giorni di informare appunto, con notizie “di prima mano”, affidabili e lavorate secondo i sacri crismi della deontologia professionale. Che i motori di ricerca o i social riprendano qua e là titoli, fotografie, stralci di articoli senza rendere merito (non diciamo soldi, sarebbe troppo…) alle fonti potrebbe bastare per sperare che la legge di cui sopra passi all’unanimità. Un sogno se si considerano i dietro-front dei mesi scorsi.

In secondo luogo, risulta difficile pensare che l’approvazione della legge sul copyright possa davvero essere un’arma in grado di far vacillare il business ultra miliardario di quei colossi.
Detto questo, è utile ricordare che sono in particolare due gli articoli “caldi” della legge, l’11 e il 13. Il primo è quello che coinvolge anche la stampa e più in generale l’informazione e rappresenta un aspetto che non può che toccare da vicino anche i lettori “tradizionali”. Questo articolo è relativo all’obbligo del pagamento da parte delle piattaforme come Google, Facebook, Microsoft ed Apple per l’utilizzo delle notizie, anche sotto forma di quelli che vengono chiamati “snippet”, ovvero flash composti da titolo, sommario e immagini che i motori di ricerca catturano automaticamente grazie ai propri stratagemmi in grado di creare, di fatto, veri e propri “giornali” 2.0.
Il sistema funziona perché i lettori gradiscono; presi dalla frenesia quotidiana e dalla raffica di notizie che ad ogni istante compare ovunque, risulta molto comodo leggere poco e veloce illudendosi di farsi un’idea di ciò che succede nel mondo. Approfondire, farsi un’idea critica, valutare, cercare di capire se quella notizia sia vera o meno non fanno più parte delle abitudini dei lettori e, di conseguenza perché bisogna pur sempre mangiare, anche l’informazione tradizionale rischia di cadere in questa rete viziosa.
L’articolo 13 invece cura i contenuti protetti, con esso si intende introdurre filtri per bloccare il caricamento di tali materiali. L’esempio eclatante è quello di YouTube che dei copyright spesso si disinteressa. La legge dunque, come riporta correttamente il Corriere della Sera ogni in un articolo dedicato, non mette in subbuglio i vari Google e Facebook per motivi economici, ma per motivi, appunto, etici, ovvero di responsabilità. Dover lavorare e spendere risorse per adeguarsi alla legge è un impegno non da poco. Soprattutto se non si è mai stati abituati a farlo in materia di copyright.

In secondo luogo, risulta difficile pensare che l’approvazione della legge sul copyright possa davvero essere un’arma in grado di far vacillare il business ultra miliardario di quei colossi.
Detto questo, è utile ricordare che sono in particolare due gli articoli “caldi” della legge, l’11 e il 13. Il primo è quello che coinvolge anche la stampa e più in generale l’informazione e rappresenta un aspetto che non può che toccare da vicino anche i lettori “tradizionali”. Questo articolo è relativo all’obbligo del pagamento da parte delle piattaforme come Google, Facebook, Microsoft ed Apple per l’utilizzo delle notizie, anche sotto forma di quelli che vengono chiamati “snippet”, ovvero flash composti da titolo, sommario e immagini che i motori di ricerca catturano automaticamente grazie ai propri stratagemmi in grado di creare, di fatto, veri e propri “giornali” 2.0.
Il sistema funziona perché i lettori gradiscono; presi dalla frenesia quotidiana e dalla raffica di notizie che ad ogni istante compare ovunque, risulta molto comodo leggere poco e veloce illudendosi di farsi un’idea di ciò che succede nel mondo. Approfondire, farsi un’idea critica, valutare, cercare di capire se quella notizia sia vera o meno non fanno più parte delle abitudini dei lettori e, di conseguenza perché bisogna pur sempre mangiare, anche l’informazione tradizionale rischia di cadere in questa rete viziosa.
L’articolo 13 invece cura i contenuti protetti, con esso si intende introdurre filtri per bloccare il caricamento di tali materiali. L’esempio eclatante è quello di YouTube che dei copyright spesso si disinteressa. La legge dunque, come riporta correttamente il Corriere della Sera ogni in un articolo dedicato, non mette in subbuglio i vari Google e Facebook per motivi economici, ma per motivi, appunto, etici, ovvero di responsabilità. Dover lavorare e spendere risorse per adeguarsi alla legge è un impegno non da poco. Soprattutto se non si è mai stati abituati a farlo in materia di copyright.

