Tar: «No a direttori stranieri nei musei». Bocciata la riforma di Franceschini
Il Tar del Lazio ha bocciato la riforma sui musei di Franceschini che dava la possibilità di nominare direttori stranieri. La decisione dopo il ricorso di alcuni candidati italiani, ora cinque musei non hanno direttivo.
Il ritornello è un po’ sempre quello: quando in Italia qualcuno prova a proporre qualcosa di nuovo, con l’obiettivo di scardinare vecchi, inefficaci e arrugginiti sistemi viene fermato sul nascere da chi è ancorato alle tradizioni o, semplicemente, dalla voglia di opporsi a prescindere. E così, come al “giro dell’oca” si finisce improvvisamente sulla casella che costringe il “concorrente” a tornare al punto di partenza. Stavolta l’oggetto di questo fenomeno tutto italiano ci sono i direttori di alcuni dei principali musei di casa nostra. Il Ministro Dario Franceschini aveva recentemente approvato la riforma proprio dei musei che comportava la possibilità che a vincere il bando fosse uno straniero.

Tre i nodi fondamentali che hanno convinto i giudici ad accogliere il ricorso di altri candidati: «Il bando della selezione non poteva ammettere la partecipazione al concorso di cittadini non italiani in quanto nessuna norma derogatoria consentiva di reclutare dirigenti pubblici fuori dalle indicazioni tassative espresse dall'articolo 38. Se infatti il legislatore avesse voluto estendere la platea di aspiranti alla posizione dirigenziale ricomprendendo cittadini non italiani lo avrebbe detto chiaramente».
Nel testo firmato dal presidente Leonardo Pasanisi e dal consigliere Francesco Arzillo si parla della illegittimità delle modalità di svolgimento del concorso: «A rafforzare la sostenuta illegittimità della prova orale, la circostanza che questa ultima si sia svolta a porte chiuse» mentre in altri punti si parla di criteri magmatici nella valutazione dei candidati.
Pronta la reazione, pacata ma decisa, di Dario Franceschini: «Mi lascia stupefatto che la sentenza del Tar parli di procedura poco chiara e magmatica. La selezione internazionale dei direttori è stata fatta da una commissione assolutamente imparziale composta dal direttore della National gallery di Londra, che è un inglese, dal direttore della più importante istituzione culturale di Berlino, che è un archeologo tedesco, dal presidente della biennale di Venezia, e da una persona che è stata appena nominata consigliere dal presidente Macron. Mi pare che più garanzia di neutralità e trasparenza non ci potesse essere».
E poche ore dopo Andrea Orlando, ministro della Giustizia commentando la sentenza dice: «I Tar vanno cambiati senza demonizzarli, precisando meglio qual è l'ambito di competenza della politica e quello del tribunale amministrativo che spesso entra nel merito di scelte che dovrebbero essere della politica».
La considerazione finale di Franceschini sembra essere un timbro inappellabile a tutta la questione: «Assurdo fare distinzioni sulla nazionalità dei candidati. Il direttore della National Gallery è italiano mentre quello del British Museum è tedesco». Ecco, National Gallery e British Museum: perché noi, in Italia, no?

Sylvain Bellenger, Gabriel Zuchtriegel, Peter Aufreiter, Eike Schmidt, Cecilie Hollberg, James Bradburne, Peter Assmann
Cosa che effettivamente era avvenuta. Eike Schmidt agli Uffizi, Sylvain Bellenger a Capodimonte (Na), James Bradburne a Brera, Cecilie Hollberg all'Accademia di Firenze, Peter Aufreiter alla Galleria Nazionale delle Marche, Gabriel Zuchtriegel a Paestum e Peter Assmann a Palazzo Ducale di Mantova. Vuoi vedere che magari questi nuovi direttori danno alle nostre bellezze invidiate in tutto il mondo un sapore internazionale e che finalmente riescano a valorizzarle al massimo? Guai. Pronti sono arrivati i ricorsi dei candidati italiani “sconfitti” e pronto è arrivato il parere del Tar del Lazio che ha dato ragione ai ricorrenti. Risultato? Ora Mantova, Modena, Taranto, Napoli e Reggio Calabria non hanno un direttore vero e proprio, ne verrà nominato uno ad interim fino alla prossima puntata. Nel frattempo non è assurdo pensare che lo sviluppo di questi musei e, di conseguenza, delle città rimanga fermo al palo. Tre i nodi fondamentali che hanno convinto i giudici ad accogliere il ricorso di altri candidati: «Il bando della selezione non poteva ammettere la partecipazione al concorso di cittadini non italiani in quanto nessuna norma derogatoria consentiva di reclutare dirigenti pubblici fuori dalle indicazioni tassative espresse dall'articolo 38. Se infatti il legislatore avesse voluto estendere la platea di aspiranti alla posizione dirigenziale ricomprendendo cittadini non italiani lo avrebbe detto chiaramente».
Nel testo firmato dal presidente Leonardo Pasanisi e dal consigliere Francesco Arzillo si parla della illegittimità delle modalità di svolgimento del concorso: «A rafforzare la sostenuta illegittimità della prova orale, la circostanza che questa ultima si sia svolta a porte chiuse» mentre in altri punti si parla di criteri magmatici nella valutazione dei candidati.
Pronta la reazione, pacata ma decisa, di Dario Franceschini: «Mi lascia stupefatto che la sentenza del Tar parli di procedura poco chiara e magmatica. La selezione internazionale dei direttori è stata fatta da una commissione assolutamente imparziale composta dal direttore della National gallery di Londra, che è un inglese, dal direttore della più importante istituzione culturale di Berlino, che è un archeologo tedesco, dal presidente della biennale di Venezia, e da una persona che è stata appena nominata consigliere dal presidente Macron. Mi pare che più garanzia di neutralità e trasparenza non ci potesse essere».
E poche ore dopo Andrea Orlando, ministro della Giustizia commentando la sentenza dice: «I Tar vanno cambiati senza demonizzarli, precisando meglio qual è l'ambito di competenza della politica e quello del tribunale amministrativo che spesso entra nel merito di scelte che dovrebbero essere della politica».
La considerazione finale di Franceschini sembra essere un timbro inappellabile a tutta la questione: «Assurdo fare distinzioni sulla nazionalità dei candidati. Il direttore della National Gallery è italiano mentre quello del British Museum è tedesco». Ecco, National Gallery e British Museum: perché noi, in Italia, no?


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