Dobbiamo dirlo sottovoce, perché deve rimanere un segreto. Sono tornati di gran moda gli speakeasy, uno dei must degli anni ‘30 in cui il proibizionismo generò questo fenomeno, locali che all’apparenza sembravano latterie, barbieri o panetterie ma bastava conoscerne le regole e si rivelavano ambienti in cui avveniva la mescita di alcolici ed in cui era impossibile entrare se non si conosceva la parola d’ordine. Si deve proprio a quel periodo in cui regnava il “clandestino”, la nascita di nuovi cocktail che sono entrati a far parte della storia mondiale, come l’old fashioned, ma anche vere e proprie misture ed intrugli nocivi, come il tristemente famoso Jake (derivato dallo zenzero giamaicano) che fu causa di oltre 15mila paralisi.

Oggi, sull’onda della stessa moda, nascono nuovi bar ma anche i nuovi ristoranti che, sulla falsa riga degli speakeasy, permettono l’accesso solo a chi conosce la parola d’ordine o propongono piatti segreti che non compaiono sul menu. Sono state scritte un’infinità di pagine sugli effetti che il National Prohibition Act del 1919 produsse, ma noi vogliamo inquadrarlo in un contesto attuale, tralasciando ogni aspetto legato alla malavita ed alla clandestinità reale.



Il fenomeno è tornato in auge, con molti aspetti “di colore” che catturano l’attenzione del cliente, attratto dal fascino del rito dello spioncino che fa bella mostra di se su un portoncino “anonimo” (attraverso cui viene scrutato), dal mobile bar camuffato da libreria, o dai separé che nascondono angoli segreti. È l’esaltazione del “finto”, che arriva fino alla realizzazione di locali che presentano un’attività fittizia, come “copertura” ed anticamera al vero e proprio esercizio, in cui i liquori verranno consumati solo dentro tazze da tè (come se, da un momento all’altro, possa avvenire un’irruzione della polizia)...

Anche sui moderni speakeasy cominciano a circolare leggende, (ed in questo influisce il naturale alone di mistero), basta ricordare che “si dice” che, al Back Room di New York, possa capitare di trovare Tim Robbins nelle vesti di bartender. Anche i nomi di alcuni di questi locali sono particolari e caratteristici, e spesso non solo è personalizzato l’ambiente ma, nel rispetto della tradizione, anche la chiave di accesso. In piena Chinatown potete trovare una finta farmacia che, solo se avrete la password, vi svelerà l’interno dell’Apotheke ed in una street di New York, solo se saprete quali scalini scendere per raggiungere il seminterrato, riuscirete a scoprire l’Old Rabbit Club.

Ed anche se in Italia non abbiamo vissuto il periodo storico che li ha generati, si è potuto apprezzarne ogni risvolto grazie all’ampia cinematografia, che ne ha esaltato ogni caratteristica, ed anche nel nostro Paese stanno diventando una nuova frontiera. Ha cominciato Roma, con il Jerry Tomas, poi Milano con il 1930 Cocktail Bar e poi ancora Torino con un nuovo locale, il The Mad Dog. Sarà il fascino del proibito o la sensazione di calarsi nel ruolo di un gangster, di far parte di una ristretta cerchia di massoni, del piacere di possedere una tessera segreta o di pronunciare una parola d’ordine, oppure tutto questo mixato in un cocktail di emozioni, fatto sta che questa tendenza è destinata a svilupparsi sempre più. E quando vedremo serrande abbassate a metà con figure sfuggenti che sgattaiolano all’interno, sospetteremo che, forse, si cela uno spekeasy... ma non lo sapremo mai con certezza.

Lo speakeasy, in Italia, è diventato anche un momento di riscoperta di una tecnica di miscelazione che, tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800, ha imposto l’utilizzo dello shaker, il throwing. Si parte creando la miscela e versandola, per ossigenarla (dal contenitore pieno a quello vuoto) sempre con maggiore distanza, per poi versarlo nuovamente più volte, in maniera spettacolare e coinvolgente. Proprio Jerry Tomas, a cui è intitolato lo speakeasy di Roma, faceva impazzire gli avventori del suo locale, con una vera e propria cascata di fuoco liquido che lanciava da un boccale all’altro, preparando il famoso “Blue Blazer”. Una tecnica più spettacolare che pratica ma, certamente, ben si lega con il concetto di speakeasy, in cui la forma assume grande rilevanza e cattura l’attenzione del cliente.