Con leggi e decreti nessuna crescita. Non c’è lavoro e le imprese falliscono
La recente legge Garanzia Giovani cerca di abbassare i costi del lavoro attraverso una diminuzione dei contributi. Ma per le imprese i costi restano alti e di fatto, non essendoci lavoro, scarseggiano le assunzioni
Da più parti, ed anche in questi giorni sul Corriere della sera con l’articolo “I distruttori di Lavoro”, si analizza la legge Garanzia Giovani. La preoccupazione è il rischio del fallimento della stessa, richieste inferiori alle attese. Soprattutto nel Mezzogiorno. In tanti criticano con molta schiettezza la responsabilità della politica, anzi il poco coraggio nell’affrontare il tema della disoccupazione, ormai ad un livello non più giustificabile.
Io opero nel settore della Ristorazione, come chef-proprietario, da ben vent’anni. Prima del 2008, avevamo ben 7 dipendenti, il nostro ristorante ha 40 posti. Ormai si dice “erano altri tempi”, anche se sono trascorsi solo 5 anni. Oggi ho “solo” tre dipendenti, ma la diminuzione non è solo frutto della crisi, ma del costo del lavoro. Tabù discutere di questo nel nostro Paese, ma tant’è, questa è la storia.
La legge Garanzia Giovani affronta e in fondo cerca di attenuare proprio questo problema, cioè ridurre il costo attraverso una diminuzione consistente dei contributi. Ma la legge e i politici che l’hanno redatta si sono dimenticati di due fattori importanti, laddove il tentativo è quello appunto di inserire giovani nel mondo del lavoro.

Per prima cosa le professionalità: puoi anche darmi la possibilità di non pagare i contributi, ma intanto sono io imprenditore che in qualche maniera, tra corsi di formazione o apprendistati, debbo farmi carico di questo problema, per cui alla fine rischia di costarmi di più, perché se il giovane non si inserisce abbiamo perso tempo. Prendiamo per esempio il settore della Ristorazione. Capacità, competenza e passione sono elementi fondamentali, elementi che le scuole del settore non insegnano, valori che una legge non può trasmetterei, le imprese hanno bisogno anche di questo, una volta nella cultura del lavoro c’era la famosa gavetta, poi diventato apprendistato, oggi la burocrazia o il sentimento sindacale molto diffuso, che scambia l’apprendistato con qualche forma di sfruttamento del lavoro, non creano le possibilità di un miglioramento della situazione.
Secondo problema, ancor più grave, è che l’abbattimento dei contributi è sì interessante, ma se non c’è lavoro io non assumo nessuno. Questi due problemi sono concatenati, il mondo della scuola non forma per le esigenze del mondo del lavoro, ma se quest’ultimo non c’è sarà difficile che le assunzioni possano aumentare. Forse nelle grandi aziende (penso alla Gdo, che magari potrà inserire giovani da formare).
Nessuno ha il coraggio di toccare l’argomento. La verità è solo una: il rischio di “sperperare” soldi per queste iniziative creando false aspettative. Bisognerebbe aiutare le imprese, sono loro che creano lavoro e non le Garanzie Giovani o i decreti legge. Ha ragione, tra l’altro Maurizio Ferrera, proprio del Corriere, quando afferma che manca il collegamento con il mondo delle imprese e sopratutto con il Turismo.
In questi giorni, a riprova che nel nostro Paese qualcosa effettivamente non va, e parlo del Turismo, si è parlato della storia del giovane cuoco inglese Jamie Olivier, 39 anni, 3mila dipendenti, 260 milioni di euro di giro d’affari, fortuna costruita, grazie alla cucina italiana di cui è cultore ed appassionato, grazie ai suoi 50 ristoranti sparsi per il mondo.
Domanda facile facile: ma noi italiani dove siamo? Ducasse, Bocuse, Batali e tanti altri con la cucina hanno costruito fortune. Da noi la ristorazione è barricata intorno ai 20 euro dei pranzi di lavoro e i giovani sono costretti ad emigrare. Quando le associazioni di categoria si accorgeranno di questi problemi, prima che sia troppo tardi? Garanzia Giovani è ancora troppo ricca di burocrazia, ci vuole più semplicità e accessibilità, invece abbiamo ancora bisogno di uno specialista o del commercialista per “tradurre” la legge.
Io opero nel settore della Ristorazione, come chef-proprietario, da ben vent’anni. Prima del 2008, avevamo ben 7 dipendenti, il nostro ristorante ha 40 posti. Ormai si dice “erano altri tempi”, anche se sono trascorsi solo 5 anni. Oggi ho “solo” tre dipendenti, ma la diminuzione non è solo frutto della crisi, ma del costo del lavoro. Tabù discutere di questo nel nostro Paese, ma tant’è, questa è la storia.
La legge Garanzia Giovani affronta e in fondo cerca di attenuare proprio questo problema, cioè ridurre il costo attraverso una diminuzione consistente dei contributi. Ma la legge e i politici che l’hanno redatta si sono dimenticati di due fattori importanti, laddove il tentativo è quello appunto di inserire giovani nel mondo del lavoro.

Per prima cosa le professionalità: puoi anche darmi la possibilità di non pagare i contributi, ma intanto sono io imprenditore che in qualche maniera, tra corsi di formazione o apprendistati, debbo farmi carico di questo problema, per cui alla fine rischia di costarmi di più, perché se il giovane non si inserisce abbiamo perso tempo. Prendiamo per esempio il settore della Ristorazione. Capacità, competenza e passione sono elementi fondamentali, elementi che le scuole del settore non insegnano, valori che una legge non può trasmetterei, le imprese hanno bisogno anche di questo, una volta nella cultura del lavoro c’era la famosa gavetta, poi diventato apprendistato, oggi la burocrazia o il sentimento sindacale molto diffuso, che scambia l’apprendistato con qualche forma di sfruttamento del lavoro, non creano le possibilità di un miglioramento della situazione.
Secondo problema, ancor più grave, è che l’abbattimento dei contributi è sì interessante, ma se non c’è lavoro io non assumo nessuno. Questi due problemi sono concatenati, il mondo della scuola non forma per le esigenze del mondo del lavoro, ma se quest’ultimo non c’è sarà difficile che le assunzioni possano aumentare. Forse nelle grandi aziende (penso alla Gdo, che magari potrà inserire giovani da formare).
Nessuno ha il coraggio di toccare l’argomento. La verità è solo una: il rischio di “sperperare” soldi per queste iniziative creando false aspettative. Bisognerebbe aiutare le imprese, sono loro che creano lavoro e non le Garanzie Giovani o i decreti legge. Ha ragione, tra l’altro Maurizio Ferrera, proprio del Corriere, quando afferma che manca il collegamento con il mondo delle imprese e sopratutto con il Turismo.
In questi giorni, a riprova che nel nostro Paese qualcosa effettivamente non va, e parlo del Turismo, si è parlato della storia del giovane cuoco inglese Jamie Olivier, 39 anni, 3mila dipendenti, 260 milioni di euro di giro d’affari, fortuna costruita, grazie alla cucina italiana di cui è cultore ed appassionato, grazie ai suoi 50 ristoranti sparsi per il mondo.
Domanda facile facile: ma noi italiani dove siamo? Ducasse, Bocuse, Batali e tanti altri con la cucina hanno costruito fortune. Da noi la ristorazione è barricata intorno ai 20 euro dei pranzi di lavoro e i giovani sono costretti ad emigrare. Quando le associazioni di categoria si accorgeranno di questi problemi, prima che sia troppo tardi? Garanzia Giovani è ancora troppo ricca di burocrazia, ci vuole più semplicità e accessibilità, invece abbiamo ancora bisogno di uno specialista o del commercialista per “tradurre” la legge.


