Manca un timbro? 140mila euro di multa. Horeca strozzata da tasse e burocrazia
In seguito di un'indagine dell'Ispettorato del lavoro, un albergo ha ricevuto una sanzione da 140mila euro per non aver posto il timbro di "data certa" sul documento per la sicurezza, introdotto dalla riforma Fornero
La dimenticanza di un timbro, fra le tante incombenze quotidiane, può avere conseguenze inimmaginabili. Questo a causa della burocrazia e delle leggi italiane, che stanno mettendo sempre più in ginocchio le nostre imprese, soprattutto quelle medio-piccole. Recentemente è arrivata alla nostra redazione la segnalazione di un caso che ha dell’incredibile: il titolare di un albergo (per motivi di privacy non possiamo riportare i nomi) ha ricevuto una sanzione di oltre 140mila euro. Il motivo? L’assenza del timbro con “data certa” sul Documento di valutazione dei rischi.
Ricostruiamo la vicenda.
L’Ispettorato del lavoro nel 2013 ha effettuato un’indagine nell’albergo in questione rilevando sul “Documento di valutazione dei rischi per la sicurezza e salute dei lavoratori durante il lavoro e programma di attuazione delle misure di prevenzione e protezione” un timbro delle Poste Italiane apposto con una macchina affrancatrice, recante una data del 2009. «Le macchine affrancatrici concesse in uso a privati/ditte - si legge nel verbale - hanno il solo fine di velocizzare l’affrancatura della corrispondenza, mentre non garantiscono alcuna data certa al documento, in quanto la data è liberamente modificabile dal possessore della macchina stessa».

Il documento, pertanto, è risultato non valido perché sprovvisto della “data certa” (timbro postale o altra certificazione che permette di dimostrare con certezza quando il Dvr è stato redatto): si tratta di una norma entrata in vigore nel 2013 a seguito della “riforma Fornero”, che rende più stringente il rispetto dell’articolo 34 della cosiddetta “legge Biagi” del 2003, la quale vieta il ricorso al lavoro intermittente (“a chiamata”, come spesso accade nelle imprese di tipo alberghiero) senza che sia stata effettuata la valutazione dei rischi.
Apporre una “data certa” sul Dvr è diventato quindi nel 2013 una condizione indispensabile per poter avere dipendenti “a chiamata”, perché in caso contrario, a seguito di indagine, i loro contratti di assunzione si trasformano automaticamente in contratti a tempo pieno e indeterminato, addebitando contributi e sanzioni sin dall’inizio del rapporto di lavoro e sull’intero orario di lavoro settimanale, anche se di fatto non prestato.
Nel caso che ci è stato segnalato, la mancanza della “data certa” sul Dvr ha “invalidato” la posizione di tre dipendenti dell’albergo, che tra il 2006 e il 2009 avevano avviato rapporti di lavoro “intermittenti” (a chiamata). L’ispezione ha reso nulli tali contratti, riconducendoli «a contratti di lavoro subordinato a tempo pieno ed indeterminato». Dal calcolo delle violazioni e dei contributi non versati, la multa complessiva emessa è stata di oltre 140mila euro.
A questo punto ci si può chiedere se, in assenza di violazioni di altre norme o di denunce dei dipendenti, ha senso una sanzione di quell'importo per la semplice mancanza di un timbro postale su un documento di valutazione dei rischi. Ma ancor di più ci si può chiedere: queste procedure hanno davvero il fine di tutelare i dipendenti? Simili norme, che ovviamente non sono interpretate in modo personale dai funzionari, sono probabilmente sbagliate all'origine e risentono dei pesanti limiti con cui la classe politica, da un lato, e l'alta burocrazia, dall'altro, non sono in grado di collaboprare per il bene del Paese e per garantire il rispetto delle norme senza trasformare il tutto in parodia o tragedia.
Ricostruiamo la vicenda.
L’Ispettorato del lavoro nel 2013 ha effettuato un’indagine nell’albergo in questione rilevando sul “Documento di valutazione dei rischi per la sicurezza e salute dei lavoratori durante il lavoro e programma di attuazione delle misure di prevenzione e protezione” un timbro delle Poste Italiane apposto con una macchina affrancatrice, recante una data del 2009. «Le macchine affrancatrici concesse in uso a privati/ditte - si legge nel verbale - hanno il solo fine di velocizzare l’affrancatura della corrispondenza, mentre non garantiscono alcuna data certa al documento, in quanto la data è liberamente modificabile dal possessore della macchina stessa».

Il documento, pertanto, è risultato non valido perché sprovvisto della “data certa” (timbro postale o altra certificazione che permette di dimostrare con certezza quando il Dvr è stato redatto): si tratta di una norma entrata in vigore nel 2013 a seguito della “riforma Fornero”, che rende più stringente il rispetto dell’articolo 34 della cosiddetta “legge Biagi” del 2003, la quale vieta il ricorso al lavoro intermittente (“a chiamata”, come spesso accade nelle imprese di tipo alberghiero) senza che sia stata effettuata la valutazione dei rischi.
Apporre una “data certa” sul Dvr è diventato quindi nel 2013 una condizione indispensabile per poter avere dipendenti “a chiamata”, perché in caso contrario, a seguito di indagine, i loro contratti di assunzione si trasformano automaticamente in contratti a tempo pieno e indeterminato, addebitando contributi e sanzioni sin dall’inizio del rapporto di lavoro e sull’intero orario di lavoro settimanale, anche se di fatto non prestato.
Nel caso che ci è stato segnalato, la mancanza della “data certa” sul Dvr ha “invalidato” la posizione di tre dipendenti dell’albergo, che tra il 2006 e il 2009 avevano avviato rapporti di lavoro “intermittenti” (a chiamata). L’ispezione ha reso nulli tali contratti, riconducendoli «a contratti di lavoro subordinato a tempo pieno ed indeterminato». Dal calcolo delle violazioni e dei contributi non versati, la multa complessiva emessa è stata di oltre 140mila euro.
A questo punto ci si può chiedere se, in assenza di violazioni di altre norme o di denunce dei dipendenti, ha senso una sanzione di quell'importo per la semplice mancanza di un timbro postale su un documento di valutazione dei rischi. Ma ancor di più ci si può chiedere: queste procedure hanno davvero il fine di tutelare i dipendenti? Simili norme, che ovviamente non sono interpretate in modo personale dai funzionari, sono probabilmente sbagliate all'origine e risentono dei pesanti limiti con cui la classe politica, da un lato, e l'alta burocrazia, dall'altro, non sono in grado di collaboprare per il bene del Paese e per garantire il rispetto delle norme senza trasformare il tutto in parodia o tragedia.

