Ilaria Borletti Buitoni aveva ragione... Il Made in Italy a tavola si è svenduto
Se guardiamo l’ultimo rapporto Oxfam, che colloca l’Italia all’8° posto per la bontà del cibo, dobbiamo ripensare a quello che affermava la sottosegretario alla Cultura. Oggi la logica del risparmio vince sulla qualità
Il rapporto Oxfam, che fornisce un indice globale sull’alimentazione di 125 Paesi, indica che l’Olanda è il Paese dove si mangia meglio, con cibo sano e nutriente, seguita da Francia e Svizzera. L’Italia è soltanto all’ottavo posto. Perché?
Quando mesi fa il sottosegretario alla Cultura, Ilaria Borletti Buitoni, si permise di sottolineare che in Italia si mangia male, si scatenò una rivolta mediatica con i nostri grandi chef, presi dal fuoco dell’offesa, impegnati in tavole rotonde di contestazione, tra cui quella di Farinetti a Eataly di Roma. Io fui uno dei pochi a sostenere che, forse, la sottosegretario aveva ragione. Fui criticato per questo da qualche collega...

In questi ultimi giorni sui social network e sulla stampa spopolano gli eventi con il cibo come ospite d’onore: Sigep, Macef, Chef’s Cup, Identità Golose o la Giornata mondiale della cucina italiana dedicata agli Spaghetti al pomodoro. Senza contare i cuochi in tv... Decine e decine di chef, blogger e giornalisti hanno imperversato con le loro attività tra gelati, cioccolato, vino, spaghetti e altro ancora. Clara Mennella sottolinea che forse tutto questo attivismo è lontano dalla realtà. E non ha torto: la gente comune, che consuma e frequenta i ristoranti, di tutto questo ha una percezione molto limitata. Lo vede come un mondo lontano dalla realtà.
Dove sono i cuochi che per le affermazioni della Borletti Buitoni si strapparono le vesti? Il rapporto Oxfam conferma quei dubbi e nessuno protesta. E che dire del fatto che il nostro fantastico Made in Italy agroalimentare esporta circa 22 miliardi di euro, mentre la Germania vende nel mondo ben 50 miliardi di euro di cibo (oltre il doppio di noi)?
Ma se i ristoranti, almeno quelli di qualità, sono sempre più vuoti, se il cibo che registra qualche incremento di vendita è solo nei discount, se i locali che puntano sull’offerta “all you can eat” spopolano, se i cibi precotti sono ormai una realtà nelle famiglie italiane, non è forse il caso di farci un ragionamento? Forse ha ragione chi ci classifica all’ottavo posto e ci pone dietro l’Olanda o la Svizzera? Forse non è così vero che essere un cuoco “figo” aiuti il settore. O forse è meglio e più redditizio per i nostri grandi chef pubblicizzare piatti, scarpe, giubbini o i petti di pollo di una nota azienda?
Troppi eventi, un grande circo in cui sono ammessi pochi eletti e in cui vige la dittatura delle stelle Michelin: solo e sempre loro, come se gli oltre 10mila ristoranti italiani di buon livello non esistessero. Come se tutta l’enogastronomia artigianale e di qualità fosse solo patrimonio di quel gran furbastro di Oscar Farinetti. Anni fa Carlin Petrini fece una previsione: disse che Slow Food e i Presidi alimentari artigiani erano nati per rendere accessibile il buon cibo a tutti, mentre il cibo normale, quello dell’industria, è patrimonio della grande distribuzione.
La realtà è che il buon cibo non è alla portata di tutti. Anzi, è il più costoso. Un’operazione culturale “di sinistra” di cui oggi beneficia un cliente gourmand sicuramente non di sinistra, mentre la gente normale, quella a cui Slow Food puntava per un rinascimento del gusto, compra nei discount e nella grande distribuzione. Non possiamo sottrarci alla forza delle multinazionali del gusto, ma teniamo conto che abbiamo il cibo migliore del mondo: salviamolo! L’Expo è alle porte, in tanti sperano che sia un volano di crescita per l’intero settore dell’ospitalità del nostro Belpaese, ma dobbiamo lavorare tutti insieme.
Quando mesi fa il sottosegretario alla Cultura, Ilaria Borletti Buitoni, si permise di sottolineare che in Italia si mangia male, si scatenò una rivolta mediatica con i nostri grandi chef, presi dal fuoco dell’offesa, impegnati in tavole rotonde di contestazione, tra cui quella di Farinetti a Eataly di Roma. Io fui uno dei pochi a sostenere che, forse, la sottosegretario aveva ragione. Fui criticato per questo da qualche collega...

In questi ultimi giorni sui social network e sulla stampa spopolano gli eventi con il cibo come ospite d’onore: Sigep, Macef, Chef’s Cup, Identità Golose o la Giornata mondiale della cucina italiana dedicata agli Spaghetti al pomodoro. Senza contare i cuochi in tv... Decine e decine di chef, blogger e giornalisti hanno imperversato con le loro attività tra gelati, cioccolato, vino, spaghetti e altro ancora. Clara Mennella sottolinea che forse tutto questo attivismo è lontano dalla realtà. E non ha torto: la gente comune, che consuma e frequenta i ristoranti, di tutto questo ha una percezione molto limitata. Lo vede come un mondo lontano dalla realtà.
Dove sono i cuochi che per le affermazioni della Borletti Buitoni si strapparono le vesti? Il rapporto Oxfam conferma quei dubbi e nessuno protesta. E che dire del fatto che il nostro fantastico Made in Italy agroalimentare esporta circa 22 miliardi di euro, mentre la Germania vende nel mondo ben 50 miliardi di euro di cibo (oltre il doppio di noi)?
Ma se i ristoranti, almeno quelli di qualità, sono sempre più vuoti, se il cibo che registra qualche incremento di vendita è solo nei discount, se i locali che puntano sull’offerta “all you can eat” spopolano, se i cibi precotti sono ormai una realtà nelle famiglie italiane, non è forse il caso di farci un ragionamento? Forse ha ragione chi ci classifica all’ottavo posto e ci pone dietro l’Olanda o la Svizzera? Forse non è così vero che essere un cuoco “figo” aiuti il settore. O forse è meglio e più redditizio per i nostri grandi chef pubblicizzare piatti, scarpe, giubbini o i petti di pollo di una nota azienda?
Troppi eventi, un grande circo in cui sono ammessi pochi eletti e in cui vige la dittatura delle stelle Michelin: solo e sempre loro, come se gli oltre 10mila ristoranti italiani di buon livello non esistessero. Come se tutta l’enogastronomia artigianale e di qualità fosse solo patrimonio di quel gran furbastro di Oscar Farinetti. Anni fa Carlin Petrini fece una previsione: disse che Slow Food e i Presidi alimentari artigiani erano nati per rendere accessibile il buon cibo a tutti, mentre il cibo normale, quello dell’industria, è patrimonio della grande distribuzione.
La realtà è che il buon cibo non è alla portata di tutti. Anzi, è il più costoso. Un’operazione culturale “di sinistra” di cui oggi beneficia un cliente gourmand sicuramente non di sinistra, mentre la gente normale, quella a cui Slow Food puntava per un rinascimento del gusto, compra nei discount e nella grande distribuzione. Non possiamo sottrarci alla forza delle multinazionali del gusto, ma teniamo conto che abbiamo il cibo migliore del mondo: salviamolo! L’Expo è alle porte, in tanti sperano che sia un volano di crescita per l’intero settore dell’ospitalità del nostro Belpaese, ma dobbiamo lavorare tutti insieme.


