Imprese soffocate da tasse e burocrazia. Cursano: «Sistema economico precario»
Disoccupazione in crescita, aziende chiuse o trasferite all’estero; questa la situazione in cui versa il nostro sistema produttivo. Dobbiamo difendere le imprese - sottolinea il vicepresidente Fipe

Il mercato del lavoro in Italia versa in condizioni critiche, tanto è vero che il tasso di disoccupazione (salvo impercepibili rialzi) resta stabile, oltre il 12%; per non parlare della disoccupazione giovanile, salda al 41,7%. È in discussione il futuro dei nostri giovani, ma anche quello di lavoratori dipendenti che da un giorno all’altro si vedono dimezzare lo stipendio, e nei casi più estremi rimangono senza un lavoro e senza alcuna certezza.
I casi recenti di Electrolux e Fiat (oggi Fiat Chrysler Automobiles) sono un esempio lampante di quanta poca fiducia le nostre imprese ripongano nel Governo italiano, ad oggi dimostratosi incapace di porre rimedio ad una situazione economica penosa.
Il settore della ristorazione è uno tra i tanti che stanno pagando le conseguenze della crisi economica che ha colpito l'Italia; l’aumento dell’Iva e della Tares non hanno di certo incoraggiato gli imprenditori ad investire in nuovi posti di lavoro, o a confermare quei dipendenti con un contratto in scadenza.
Il vicepresidente vicario nazionale di Fipe-Confcommercio, Aldo Cursano (nella foto), ha voluto esprimere il disagio che riguarda molti imprenditori nazionali così come moltissimi lavoratori in condizioni precarie.
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Il lavoro è la ridistribuzione di ricchezza più democratica. Dovrebbe essere una considerazione scontata ma purtroppo, visti gli ultimi avvenimenti e l’atteggiamento della classe dirigente di questo paese, sembra non essere più così. Il nostro sistema economico è ormai caratterizzato da una serie di fattori allarmanti: tasso di disoccupazione sempre crescente, chiusura sistematica delle imprese e trasferimento di aziende all’estero.In questo quadro purtroppo si susseguono gesti estremi di colleghi imprenditori e lavoratori che si sentono soli e abbandonati da tutto e tutti. Cambiare questo scenario deve essere l’imperativo assoluto di tutti perché, se è vero che il lavoro favorisce la democrazia con la redistribuzione della ricchezza, è altrettanto vero che la ricchezza va prima creata. Ecco perché dobbiamo impegnarci per difendere la nostra base produttiva, le nostre imprese; è un’azione ineludibile se vogliamo arrestare l’emorragia di posti di lavoro e mantenere in piedi l’Italia.
Chiediamo fondi? Battiamo i pugni sul tavolo per ottenere prebende o contributi pubblici? No, non è così. Sappiamo bene qual è lo stato della nostra economia e per primi abbiamo capito che la storia aveva voltato pagina; sarebbe sufficiente non vessare le imprese, non strangolarle con tasse sempre più alte e procedure burocratiche sempre più bizzarre e complesse.
Dare ossigeno al mondo dell’impresa equivarrebbe a ridare immediatamente un po’ di slancio a tutto il sistema paese. Sono ancora in tanti gli imprenditori, che credono nel futuro e che aspettano la ripresa e per questo hanno investito di tasca propria, magari arrivando anche a ipotecare casa e beni di famiglia. Non possiamo tradire questo popolo e non possiamo strangolarlo.
Ci sono ancora, praticamente intaccate, sacche di privilegi e praterie di sprechi che la nostra classe dirigente fino a oggi ha ignorato; è ora di agire. Rimettere al centro l’impresa come valore sociale ed economico è l’unica strada per far ripartire l’Italia. Ogni giorno di attesa in più è un colpo violento all’equilibrio di un sistema economico sempre più precario, sull’orlo del collasso definitivo.
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