Da banche e politica nessuna risposta alle esigenze delle piccole imprese
«Chi non sa fare il suo lavoro vada a casa». Aldo Cursano, presidente Fipe-Confcommercio Toscana, in vista delle elezioni punta il dito contro la politica nazionale e regionale, sorda alle esigenze della piccola impresa
A pochi giorni dalle elezioni il presidente di Fipe-Confcommercio Toscana, Aldo Cursano (nella foto), lancia un messaggio alla politica nazionale e regionale, lamentando la troppa distanza dai problemi concreti delle piccole imprese e chiedendo misure concrete per il rilancio dell’economia.
«La ricreazione è finita. Le imprese non intendono più rimanere asservite ad un sistema politico e finanziario che le ignora e continua a chiedere loro di fare sacrifici al posto loro, sacrifici che stanno determinando il collasso del nostro sistema imprenditoriale, perché quando i costi superano le entrate a causa del peso eccessivo di affitti, costi del lavoro e del denaro, tributi, non c’è più sostenibilità. Nel 2012 in Italia si è registrata la chiusura di un’azienda per ogni minuto e il mondo del commercio anche in Toscana ha subito un tracollo di cui rendono conto i numeri: tra gennaio e settembre 2012 hanno abbassato la saracinesca 1751 imprese su un totale di 101.429, più altre 432 dei servizi di alloggio e ristorazione su 30.518. Ciò significa che nel complesso il settore commercio e turismo in 9 mesi ha visto chiudere quasi 2.200 imprese. Complice una politica economica sorda alle esigenze della piccola impresa, ma da sempre attenta e sensibile ai bisogni dell'industria e della finanza. Come dimostra anche questa campagna elettorale, distante dai veri problemi del Paese e delle imprese, ma anche dalle famiglie, che perdono ogni giorno potere d’acquisto, senza che nessuno faccia niente per arginare questa frana che sta travolgendo il Paese».
«Qui non si tratta solo di limare l’Imu per accaparrarsi qualche elettore, per introdurre poi nuove tasse da altre parti, ma di definire un nuovo progetto di paese, da cui ripartire tutti assieme e di cui vogliamo essere parte attiva, ma che ad oggi non vediamo. Anzi, quello che vediamo è un sistema politico-economico che si contorce negli scandali. Le imprese non ce la fanno più a vedersi giudicati da un sistema bancario chiamato a leggere e interpretare i loro bilanci per rifiutare poi - a causa di criteri molto discutibili e fuori dalla realtà - le varie richieste di finanziamento (molto spesso di poche migliaia di euro) necessario per affrontare le difficoltà del momento e riorganizzare i processi lavorativi che invece si vedono voltare le spalle da questi signori. Un sistema bancario così meticoloso con noi e che poi si scopre coinvolto in operazioni lontane da ogni correttezza, legalità e trasparenza».
«Il Paese che noi vogliamo - conclude Cursano - è quello che sta vicino alle sue imprese, che sono la spina dorsale del sistema economico e sociale e sono in prima linea rispetto a questa crisi che ci sta mettendo sempre più in ginocchio. Ci sentiamo francamente traditi e non intendiamo affidarci ad una politica che non riesce a dare risposta a queste nostre esigenze, che non sa farsi interprete di scelte finalizzate alla ripresa. Non faremo un partito delle imprese, non è il nostro mestiere, e continueremo a fare quello che sappiamo, a stare a bottega. Ma se chi è chiamato a farlo non ci riesce è bene che vada a casa. Non intendiamo concedere altre occasioni».
«La ricreazione è finita. Le imprese non intendono più rimanere asservite ad un sistema politico e finanziario che le ignora e continua a chiedere loro di fare sacrifici al posto loro, sacrifici che stanno determinando il collasso del nostro sistema imprenditoriale, perché quando i costi superano le entrate a causa del peso eccessivo di affitti, costi del lavoro e del denaro, tributi, non c’è più sostenibilità. Nel 2012 in Italia si è registrata la chiusura di un’azienda per ogni minuto e il mondo del commercio anche in Toscana ha subito un tracollo di cui rendono conto i numeri: tra gennaio e settembre 2012 hanno abbassato la saracinesca 1751 imprese su un totale di 101.429, più altre 432 dei servizi di alloggio e ristorazione su 30.518. Ciò significa che nel complesso il settore commercio e turismo in 9 mesi ha visto chiudere quasi 2.200 imprese. Complice una politica economica sorda alle esigenze della piccola impresa, ma da sempre attenta e sensibile ai bisogni dell'industria e della finanza. Come dimostra anche questa campagna elettorale, distante dai veri problemi del Paese e delle imprese, ma anche dalle famiglie, che perdono ogni giorno potere d’acquisto, senza che nessuno faccia niente per arginare questa frana che sta travolgendo il Paese».«Qui non si tratta solo di limare l’Imu per accaparrarsi qualche elettore, per introdurre poi nuove tasse da altre parti, ma di definire un nuovo progetto di paese, da cui ripartire tutti assieme e di cui vogliamo essere parte attiva, ma che ad oggi non vediamo. Anzi, quello che vediamo è un sistema politico-economico che si contorce negli scandali. Le imprese non ce la fanno più a vedersi giudicati da un sistema bancario chiamato a leggere e interpretare i loro bilanci per rifiutare poi - a causa di criteri molto discutibili e fuori dalla realtà - le varie richieste di finanziamento (molto spesso di poche migliaia di euro) necessario per affrontare le difficoltà del momento e riorganizzare i processi lavorativi che invece si vedono voltare le spalle da questi signori. Un sistema bancario così meticoloso con noi e che poi si scopre coinvolto in operazioni lontane da ogni correttezza, legalità e trasparenza».
«Il Paese che noi vogliamo - conclude Cursano - è quello che sta vicino alle sue imprese, che sono la spina dorsale del sistema economico e sociale e sono in prima linea rispetto a questa crisi che ci sta mettendo sempre più in ginocchio. Ci sentiamo francamente traditi e non intendiamo affidarci ad una politica che non riesce a dare risposta a queste nostre esigenze, che non sa farsi interprete di scelte finalizzate alla ripresa. Non faremo un partito delle imprese, non è il nostro mestiere, e continueremo a fare quello che sappiamo, a stare a bottega. Ma se chi è chiamato a farlo non ci riesce è bene che vada a casa. Non intendiamo concedere altre occasioni».

