Il rinascimento dei valori italianiattraverso l'enogastronomia
Si fa sempre più urgente la richiesta di un tavolo di confronto “totale” tra le associazioni e i rappresentanti del mondo dellaristorazione con l’obiettivo di trovare insieme una soluzione alla crisi del turismo e del made in Italy. La volontà adesso deveandare di pari passo con le azioni

Ho letto un articolo pubblicato lo scorso 12settembre su Vino Way scritto da Gaetano Cataldo... non posso fare altro che trovarmi d'accordo.Infatti è lo stesso "concetto" che io e "Italia a Tavola" stiamo portando avanti da qualche mese, e mi fa enormementepiacere prendere coscienza del fatto che in giro per l'Italia ci sono anche altri che la pensano come noi.
C'e unavolontà sottile di tante persone ma il mondo delle Associazioni e degli Enti sembra aver paura di confrontarsi... credo siaora di smetterla con queste lobby al servizio della politica. Mi chiedo dove siano finiti l'orgoglio e l'umiltà degli italiani.
Riporto quanto scritto da Cataldo, perchè credo che sia un ottimo Manifesto...
“
Forse è una svolta epocale negativa. C’è crisi. Crisidei valori, ma non c’è nulla di nuovo sotto al Sole: a ogni generazione è toccato un momento di difficoltà, la propria lotta adun sistema ingiusto che costringe a credere non ci sia nulla da fare, che bisogna adeguarsi, o peggio, rassegnarsi.
Tanto per cominciare è presunzione credere che il periodo che viviamo sia peggiore di quello che hanno vissutole precedenti generazioni. Pensate all’Italia del dopoguerra, alla decimata gioventù chiamata alle armi e a quellasopravvissuta. Sono stati questi ultimi a rimboccarsi le maniche, a operare una ricostruzione non solo edilizia o industriale.La ricostruzione più dura e più lenta è stata quella agricola, tantissimo lavoro e pochi o punto denari. Si lavorava per lafamiglia, non per sé stessi. Non volevano essere ricchi, non volevano apparire. Volevano avere qualcosa di loro, fatto daloro. Ecco perché hanno lavorato la terra, magari al rientro da una dura giornata di lavoro in altri settori (il doppio lavoro nonè certo invenzione odierna). Volevano i figli mangiassero sano. Genuinità. E volevano essere. Essere santi, poeti, navigantied eroi. E lo sono stati davvero anche se a loro modo; da buoni padri di famiglia attraverso il lavoro e lo svolgimento delloro ruolo realizzavano la ricerca della pietra filosofale, pellegrini nella dura vita quotidiana come naviganti per mare; lasantità risiedeva nel trasmettere ai figli quella solidità di valori etico- morali, quella formazione caratteriale che conduce allamaturità. Valori insostituibili e sempre attuali. Ed erano poeti quando lavoravano la terra, coltivavano la vite e realizzavanoqualcosa con le loro mani gentili, secondo natura, ottenendo i frutti di un’opera artigiana. La loro opera.
Opera che ha fatto dell’Italia il giardino del gusto e dei sapori. Un giardino in cui viti e dieta mediterranea hannotrovato la terra d’elezione. Avevamo qualcosa di grandioso sotto i nostri denti ed Ancel Keys ha dovuto valorizzarlo edesporlo agli occhi del mondo per noi, distratti nelle nostre identità provinciali e con ricchezze inestimabili spessosottovalutate.
E allora si capisce che manca qualcosa; ci si rende conto perché siamo surclassatidalla cucina francese senza ribadire che fu nel 1533 Caterina de’ Medici, un’italiana, a gettare le basi dell’arte culinariapresso la corte di Valois.
Manca la cultura, manca un’identità nazionale capace di accomunare tuttiproprio attraverso quelle diversità che ci fanno grandi dinanzi al mondo intero; qualcuno, a suon di divide et impera,vorrebbe farci apparire piccoli, diversi, o peggio, farci credere che l’uno sia migliore dell’altro. Abbiamo pregi e difetti, masiamo tutti meravigliosamente italiani. E la nostra cultura, come la cultura di ogni popolo, passa attraverso la tradizione ditutto ciò che è bello. E di bellezza storica e artistica siamo fieri di averne il primato e in verità ne abbiamo anche degli altri,belli ed anche buoni: la gastronomia e l’ampelografia appunto.
Forse in tempi come questi potrebbesembrare assurdo parlare di valori attraverso l’enogastronomia. Non è così. Perché l’enogastronomia riconduce, se non allamemoria storica dello Stivale, così divisa, così controversa e da rivisitare, alla nostra memoria collettiva di italiani. Siamofigli di una grandiosa e nobile civiltà contadina. Siamo figli di una civiltà che ha reso spettacolare il Mediterraneo intero per ilgrano, per l’olio d’oliva e per il vino; per non parlare di tutto quello che i padri dei nostri padri ci hanno trasmesso appunto intermini di dedizione al lavoro, ricerca attenta della genuinità e dei sapori. E lo hanno fatto senza farsi scorare dalla fame,da due guerre una dietro l’altra e in casa persino!
Ci si renda conto che la nostra generazione nonè quella del ‘900 che si imbarcava a frotte sui transatlantici per andare in America alla ricerca della salvezza di vita, dellasperanza per l’avvenire dei figli e talvolta non siamo neanche di quelli che tendono troppo la mano a quei profughi che congli stessi sentimenti di quei figli d’Italia del ‘900 cercano una possibilità di sopravvivere. Guardiamo alla guerra con distaccoe sembra che i problemi altrui non ci riguardino.
Non siamo la generazione che ha provato i brividi dellaguerra fredda o il disagio del muro di Berlino. Ma muri di gomma ne abbiamo trovati quando siamo andati alla ricercadell’occupazione, quando ci siamo rivolti alle istituzioni e abbiamo sentito l’angoscia di trovarci in un Paese che non premiala meritocrazia. Abbiamo provato tristezza nel vedere cambiare la morfologia dei paesaggi della fanciullezza, di comel’industria alimentare modifichi i sapori, avveleni l’aria e, c’è mancato poco, di quanto sia letale il vino al metanolo. Abbiamocompreso che qualcosa dovevamo a chi ci ha preceduto: fare qualcosa per coloro che verranno. Adesso si sa che non è ilmondo che deve cambiare, il cambiamento deve avvenire in noi stessi!
E allora ci siamo risollevatie non ci siamo fermati davanti agli ostacoli, anzi siamo andati avanti con più convinzione e con la paziente caparbia di chis’è battuto prima e con gli stessi valori con cui adesso vorremmo rappresentare e difendere la nostra terra.
E che nessuno ci accusi di combattere una battaglia di goliardia!
Questa battaglia sicombatte in nome della cultura , una cultura letteraria vasta che spazia da Plinio il Vecchio a Virgilio, da Mario Soldati aLuigi Veronelli e a Leonardo Sciascia. La cultura del Simposio e della dieta mediterranea, patrimonio immaterialedell’Umanità per l’Umanità.
La si combatte per squarciare un drappo grigio e rivelare alle persone che lanatura d’Italia è bella e meravigliosa nella sua biodiversità. Combattere per proteggere e diffondere la culturaenogastronomica, non solo per ribadire che la nostra ampelografia è la più vasta al mondo e unica per varietà, permicroclima e per tessitura del terreno; si lotta per rammentare che la nostra gastronomia regionale è straordinariamentericca di colori e sapori che si sono saldati nel ricordo di artisti e letterati, quelli dei “grand tours” dell‘800. Non solo.Promuovere il territorio che si apre col paesaggio e con le sue peculiarità storiche ed artistiche, svelare quegli scorciarchitettonici che magari non sono il monumento eclatante ma un estetico e contemplativo dettaglio. E l’enogastronomia èproscenio a tutto questo.
Che si affermi dovrebbero essere gli chef a essere al servizio dellepersone e non le papille gustative della clientela a dover essere asservite a un certo tipo di cucina, pena essere tacciati perignoranti. L’amore per il cibo e per il vino è soggettivo, guai a modellare il gusto con recensioni quantomeno mirate ocercare di insegnare ai giovani a bere etichette, che poi è come un po’ apparire sfoggiando costosissime bottiglie nellepresunte cattedrali del gusto. La cultura dei sapori appartiene a tutti e va rispettata, senza imposizioni, in ogni sua versione.E la si può incontrare nelle case, nelle contrade e nelle trattorie del Bel Paese. Non al fast food.
Questa è battaglia ideologica e non lotta solo contro indottrinanti e strapagate guide; qui si afferma che tutti possonoapprendere l’arte della degustazione e in ogni dove, poiché è patrimonio comune e non fenomeno d’elite; è lotta contro ilcibo-spazzatura e l’eccesso: vogliamo essere fieri d’essere italiani e non imitare mode nocive d’oltreoceano, difendendo lasalute attraverso l’alimentazione e combattere l’eccesso di chi ha preso l’alcool per il verso sbagliato; l’unica velocità chetolleriamo è la velocità del nostro sogno, la velocità con cui si assaporano le cose belle della vita, lentamente, non certoquella con cui avvengono gli incidenti o con cui si tracannano cocktail che obnubilano mente e coscienza, con cui sispezzano vite preziose.
È impegno e coraggio civile quello di chi lotta per la sobrietà, contro l’alcolismo evuole che il Ministero della Salute faccia obbligo ai produttori di apporre i divieti a consumare bevande alcoliche ingravidanza e lattazione perché nuoce al nascituro!
Ciò che si chiede, anzi si esige, è il risvegliodelle coscienze in un unico collettivo senso di appartenenza e confronto; tramandare un bagaglio culturale che si è affinatoe arricchito nei secoli e che non vogliamo, non dobbiamo perdere. È una lotta per insegnare ad assaporare la vita,insegnare ad apprezzarla anche nei momenti difficili ai giovani. E preservare il territorio e l’ambiente.
Seaiutare a individuare quale sapore dovrebbe avere oggi il gusto del latte, che sensazione dovrebbe conferirci addentare unamela o quale corresponsione dovrebbe avere il profumo e il gusto del vino rispetto a un territorio, piuttosto che gliingredienti e l’esecuzione di una ricetta classica, lo si fa per combattere l’omologazione e la contraffazione e poterconsegnare alle nuove generazioni proprio quelle sensazioni, quel gusto, quell’identità di sapori che da chi ci ha precedutosono stati preservati e trasmessi. E nell’additare chi di biologico ha solo la scritta in etichetta, chi non osa fare uncensimento delle cantine pirata che immettono direttamente nella fogna i reflui vinicoli senza abbattere b.o.d. e c.o.d., oimpoverendo i terreni spandendo tali acque, crediamo umilmente di fare, a modo nostro, educazione ambientale. Anchequando si rispetta la stagionalità e si esorta al consumo dei prodotti a km 0.
Ecco perché attraversola cultura dell’enogastronomia è possibile trasmettere i principi di onestà e spirito di appartenenza, armi con cui questagenerazione potrà operare un cambiamento in positivo. Questa generazione che muove i primi passi verso la maturità intempi incerti come questi rinvigorisce le nostre energie, le nostre speranze e il nostro impegno quando decide di dire no alnucleare e alle bottiglie di plastica per riprendersi l’acqua come bene pubblico; una generazione che ispira, desiderosa diapprendere come avviare un nuovissimo rinascimento dei valori. Per tramandare ciò non abbiamo preso comode scialuppedi salvataggio, non ci siamo adeguati e non abbiamo svenduto le nostre convinzioni ma abbiamo preferito restare a bordonel tentativo di salvare la nave, ossia il territorio e le sue tradizioni con coscienza etica e verità, consci di dover consegnarequesto mondo all’odierna gioventù meglio di come lo abbiamo trovato.
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