L’Illuminismo nella cucina di oggi La lezione del marchese d’Argens
Ai giorni nostri, forse, ci vorrebbe una cucina “illuminista”, che ponga il cibo al centro della tavola, una tavola epicurea, nel senso nobile della parola, dove il godimento è la conoscenza senza quei “ma” che impediscono di godere appieno di un piatto. Prendiamo esempio da Jean Baptiste de Boyer

La Francia, si sa, è la patria della cucina moderna... con qualche se e con qualche ma. Ma tutto il mondo, o quasi, pensa che sia così, tranne noi italiani. Fatto sta che i codici, i termini e molte presentazioni gastronomiche traggono la loro origine dalla lingua francese. Anche il termine chef è francese. Oggi gli chef si incontrano, partecipano a simposi internazionali, si fanno fotografare insieme, sorridono e poi cucinano insieme per tizio o caio, per i vip, per la televisione o per qualche critico, si citano, si copiano si amano e si odiano.
Mi viene in mente la storia di un grande illuminista, sconosciuto ai più, ma famoso nel suo tempo. Sto parlando di Jean Baptiste de Boyer (nella foto), marchese d'Argens, che illustrò nei suoi scritti una 'morale epicurea” che ben si addice agli amanti della cucina e ai giovani e vecchi chef. Una morale che continuamente si interroga sui limiti della conoscenza dell'essere umano e sulla impossibilità della felicità duratura.
Così come pure alcuni chef pensano di essere immortali e per i quali non c'è più niente da imparare, ci si riempie del proprio essere e non del mondo che li circonda. Il nostro illuminista, nei sui scritti, si scaglia contro l'immoralità dei despoti, il servilismo dei cortigiani, l'invidia e la bassezza d'animo dei falsi sapienti; alla ricerca di una morale che goda della pienezza e della varietà del mondo in cui viviamo. A tal proposito voglio citare un suo pensiero che delinea con grande acutezza il mondo di molti personaggi della grande ristorazione e con loro i Soloni della critica enogastronomica: «Si lodano molte persone e, con un solo ma, si distrugge tutto il bene che si era detto di loro. Talvolta un ma è così dannoso che sarebbe stato assai meglio, per colui sul quale è applicato, di non essere stato lodato».
Forse ci vorrebbe una nuova cucina 'illuminista” che ponga il cibo al centro della tavola, una tavola epicurea, nel senso nobile della parola dove il godimento è la conoscenza e il confronto senza quei 'ma” che impediscono di godere appieno di un piatto. Prosit.


