A Venezia ristoratori contro bar. Un "cappello da chef" per distinguerli
Ai gestori di bar e tavole calde i ristoratori imputano di offrire pasti completi togliendo loro clientela, col rischio di arrivare alla "ristorazione usa e getta". L'allarme è stato lanciato dal comitato di protesta dei ristoratori veneziani, che hanno manifestato insieme ad Ascom e Aepe
VENEZIA - Un pasto rapido di lavoro oppure una sosta veloce tra una visita al museo e l'altra. E invece del solito panino, un piatto di spaghetti o una zuppa. Peccato che si tratti di prodotti surgelati. C'è chi si è visto scaldare il branzino nella piastra dei panini. Chi si è visto arrivare la pasta alla carbonara o la pizza direttamente dalla busta dei surgelati del supermercato...
Ultimamente il cibo servito a Venezia sta diventando come le maschere e il vetro: produzione locale battuta dai "falsi" e i ristoratori hanno lanciato l'allarme. «Rischiamo - hanno detto i ristoratori veneziani che si sono riuniti lo scorso 3 novembre nella sede di Ascom in campo San Polo per cercare soluzioni comuni - di fare la fine del vetro, del marmo e di tanti altri negozi di produzione artigianale arrivando ad una ristorazione usa e getta, solo di consumo. Ormai nei bar si vende di tutto. Dai panini, a veri e propri primi piatti. Pasta, risotti, pasticcio. Tutto congelato però. E scaldato in microonde prima di finire sul tavolo del cliente».
Così i ristoratori sono andati a chiedere più controlli da parte di Usl e Comune. E più decisione alla categoria nel chiedere leggi chiare. Ristoratori, quelli "veri", con le autorizzazioni, ma soprattutto con cuoco e cucina. «I clienti - hanno detto i ristoratori - devono sapere. Non si può far credere ai turisti che tutto il cibo servito sia prodotto nelle cucine, quando c'è anche chi, la cucina, non ce l'ha proprio. Dev'esserci più vigilanza, poi, anche per quanto riguarda le norme igienico sanitarie da parte dell'Usl».
E mentre un centinaio di esercenti ha firmato una petizione, in cui si chiede una revisione della normativa regionale che prevede la possibilità della "somministrazione assistita" anche per i bar (pur con le dovute restrizioni igieniche), le associazioni di categoria hanno proposto un cambiamento di rotta. Per aiutare turisti e non solo. Un simbolo chiaro, da esporre in vetrina: un cappello da chef. E sotto la scritta: «Venice quality food». Visibile, chiaro e comprensibile a tutti. Basterà cercarlo in vetrina, insomma, e i dubbi saranno risolti.
«Tutti i turisti - ha detto Ernesto Pancin, segretario Aepe (Associazione esercenti pubblici esercizi) - potranno così vedere il marchio ed essere sicuri di quello che mangeranno. L'utilizzo di questo simbolo, poi, permetterà una distinzione netta e veloce tra ristoranti e bar».
«Abbiamo la possibilità di farci finanziare il marchio dalla Camera di commercio - ha detto Roberto Magliocco, presidente di Ascom - facciamolo, potrebbe essere una chiave per tutelare la qualità». Se l'accordo funzionerà, insomma, ci si potrà muovere per Venezia senza dover entrare in ogni esercente a chiedere un menu per scoprire cosa si sta per mettere sotto i denti.
Altra nota dolente i proprietari cinesi di alcuni bar, in cui sono assenti quasi del tutto le norme igieniche». «L'Usl sta facendo moltissimi controlli, a volte anche troppi - ha sottolineato Pancin - il problema non sono i ristoratori cinesi, la risposta alla liberalizzazione dev'essere un'altra. La qualità visibile e riconoscibile. Per tutti».
Ma Venezia è solo un punto di partenza. La protesta, pare, è destinata ad estendersi anche in altre città italiane.
Ultimamente il cibo servito a Venezia sta diventando come le maschere e il vetro: produzione locale battuta dai "falsi" e i ristoratori hanno lanciato l'allarme. «Rischiamo - hanno detto i ristoratori veneziani che si sono riuniti lo scorso 3 novembre nella sede di Ascom in campo San Polo per cercare soluzioni comuni - di fare la fine del vetro, del marmo e di tanti altri negozi di produzione artigianale arrivando ad una ristorazione usa e getta, solo di consumo. Ormai nei bar si vende di tutto. Dai panini, a veri e propri primi piatti. Pasta, risotti, pasticcio. Tutto congelato però. E scaldato in microonde prima di finire sul tavolo del cliente». Così i ristoratori sono andati a chiedere più controlli da parte di Usl e Comune. E più decisione alla categoria nel chiedere leggi chiare. Ristoratori, quelli "veri", con le autorizzazioni, ma soprattutto con cuoco e cucina. «I clienti - hanno detto i ristoratori - devono sapere. Non si può far credere ai turisti che tutto il cibo servito sia prodotto nelle cucine, quando c'è anche chi, la cucina, non ce l'ha proprio. Dev'esserci più vigilanza, poi, anche per quanto riguarda le norme igienico sanitarie da parte dell'Usl».
E mentre un centinaio di esercenti ha firmato una petizione, in cui si chiede una revisione della normativa regionale che prevede la possibilità della "somministrazione assistita" anche per i bar (pur con le dovute restrizioni igieniche), le associazioni di categoria hanno proposto un cambiamento di rotta. Per aiutare turisti e non solo. Un simbolo chiaro, da esporre in vetrina: un cappello da chef. E sotto la scritta: «Venice quality food». Visibile, chiaro e comprensibile a tutti. Basterà cercarlo in vetrina, insomma, e i dubbi saranno risolti.
«Tutti i turisti - ha detto Ernesto Pancin, segretario Aepe (Associazione esercenti pubblici esercizi) - potranno così vedere il marchio ed essere sicuri di quello che mangeranno. L'utilizzo di questo simbolo, poi, permetterà una distinzione netta e veloce tra ristoranti e bar».
«Abbiamo la possibilità di farci finanziare il marchio dalla Camera di commercio - ha detto Roberto Magliocco, presidente di Ascom - facciamolo, potrebbe essere una chiave per tutelare la qualità». Se l'accordo funzionerà, insomma, ci si potrà muovere per Venezia senza dover entrare in ogni esercente a chiedere un menu per scoprire cosa si sta per mettere sotto i denti.
Altra nota dolente i proprietari cinesi di alcuni bar, in cui sono assenti quasi del tutto le norme igieniche». «L'Usl sta facendo moltissimi controlli, a volte anche troppi - ha sottolineato Pancin - il problema non sono i ristoratori cinesi, la risposta alla liberalizzazione dev'essere un'altra. La qualità visibile e riconoscibile. Per tutti».
Ma Venezia è solo un punto di partenza. La protesta, pare, è destinata ad estendersi anche in altre città italiane.

