Giorni fa i giornali pubblicarono un'intervista di Emma Marcegaglia che annunciava la presentazione al Governo di un piano per lo sviluppo del Turismo, progetto che nelle intenzioni vede coinvolte la Confindustria, Federturismo e PricewaterhouseCoopers (Pwc). Lodevole iniziativa, anzi eccezionale, per un Paese come il nostro che in parte si è dimenticato di questa immensa fortuna a disposizione. Il piano prevede un aumento del Pil proveniente dal turismo, cioè dal 9,5% al 18,5%, con un'occupazione che aumenterebbe da 2,6 milioni di addetti a 4,3 milioni. Il piano prevede inoltre un investimento di oltre 100 miliardi di euro, tra pubblico e privato, che produrrebbero oltre 100 miliardi di entrate per il fisco.

Leggendo tutto questo un operatore del turismo sarebbe indotto a pensare che finalmente qualcuno comincia fare sul serio. Aumentare la quota di arrivi di turisti nel nostro Paese è un progetto su cui molti governi si erano impegnati, senza evidentemente grandi risultati, infatti abbiamo perso molti punti rispetto ad altri Paesi. La triade sopra menzionata, almeno stando alla stampa, avrebbe intenzione di realizzare infrastrutture, hub nazionali e mini-hub regionali aeroportuali, ferroviari e portuali, destagionalizzando una parte del turismo, migliorando quello culturale e soprattutto puntando sul Sud.

Per me, che sono un ristoratore da oltre 20 anni, potrebbe sembrare manna dal cielo, ma un dubbio mi assale. Negli ultimi anni gli affari non sono andati bene, molti ristoranti hanno chiuso e chiuderanno ancora. In molti casi, per ridurre i costi si è diminuito il personale, visto che noi piccole aziende non possiamo delocalizzare come le grandi.

Ma noi sappiamo che per ottenere dei migliori risultati economici, e quindi crescere, dobbiamo migliorare il servizio, aumentando per esempio gli orari di apertura, formare di più i collaboratori, migliorare la tecnologia nelle nostre aziende, in poche parole diventare più grandi. Ma come facciamo? Le banche non ci aiutano e il costo del lavoro è ormai a livelli folli. I grandi cuochi, infatti, pian piano stanno migrando verso le aziende che promettono assunzioni dorate e protette. Chi assumerà quindi gli altri due milioni di nuovi addetti?



E fin qui, fino a ieri, era il mio pensiero, scoraggiante e demotivato. Oggi ricevo dall'amico Renato Andreoletti, direttore della più importante rivista del settore alberghiero Hotel Domani un editoriale dal titolo 'Turismo, industria, banche. Cosa bolle in pentola”, dove i dubbi del direttore Andreoletti corrispondono alle mie perplessità. Ovvero le banche e l'industria invece di aiutare il mercato esistente, aiutare le piccole realtà del sistema Italia, si mettono in proprio, creando delle infrastrutture che non daranno lavoro al mercato attuale ma alle nuove realtà di cui sopra, hub e mini-hub e altro ancora, per esempio le grandi catene alberghiere straniere.

Succederà quello che è successo con la grande distribuzione, che pian piano sta desertificando i centri storici di tutta la provincia italiana, facendo chiudere le botteghe e i piccoli negozi? La grande finanza sta per dare il colpo di grazia alle piccole imprese e aiutare, come sempre, i grandi gruppi?

La speranza è che la politica intervenga. Innumerevoli gli appelli al ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla e al ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani, affinché costringano le banche - non ultime Equitalia e l'Agenzia delle Entrate - a un rapporto meno aggressivo nei confronti delle piccole aziende. Il 90% degli alberghi e dei ristoranti in Italia è costituito da aziende familiari, questo dovrebbe far riflettere.


* Presidente del Consorzio Cuochi e Ristoratori di Lombardia