Quei gran figli di... cuochi di Marca
Un percorso attraverso un agguerrito gruppo di ragazzi marchigiani, figli di affermati ristoratori, che si sono riuniti per proporre, tramite occasioni programmate, la loro "particolare" ospitalità. Tappe del viaggio le loro Case di famiglia. Ad oggi le serate hanno già riscosso grande interesse
Serena e Mario D'Alesio del Marchese del Grillo a Fabriano (nella foto a sinistra), Caterina Pompili del Symposium a Cartoceto, Marco Cameli di Da Vittorio a San Benedetto del Tronto, Errico Recanati di Andreina a Loreto (nella foto sotto), Andrea Gaudenzi di Da Tano a Fano, Paolo Biagiali del Giardino a San Lorenzo in Campo, Mattia Angeletti delle Busche a Montecarotto, Fabrizio Ridolfi di Villa Amalia a Falconara Marittima, infine il più recente 'perché non ci ho pensato prima” Enrico Cerioni de La Lanterna a Fano. Sono "Quei gran figli di... cuochi di Marca", vale a dire i più noti ristoratori marchigiani. E già l'appellativo che si sono dati la dice lunga sull'ironica determinazione che li guida.
Un gruppo agguerrito di ragazzi marchigiani, figli di noti e affermati ristoratori si sono organizzati per proporre in occasioni programmate la loro entusiasmante ospitalità. Le Case di famiglia sono le tappe del viaggio, ma già hanno avuto la possibilità di partecipare a consessi ufficiali come Identità Golose. Il pubblico ampio, più di cento persone nelle due serate, rispettivamente di novembre e marzo 2009, raccoglieva tutte le età, dai giovanissimi del mondo birra agli attempati gourmet del 'quella volta che Marchesi ci servì tagliatelle al cioccolato per dessert”.
Da Andreina il 16 marzo recensisco una serata spettacolo iniziata con un allegro e colorato aperitivo: decine e decine di piattini quasi tutti inediti nella presentazione, ma di sapori conosciuti. In sala anche artigiani e produttori di campagna, dai formaggi vaccini e di bufala ai salumi gustosi, alla centenaria anisetta, al pane artigianale, ai vini di gran lignaggio, al buon olio di frantoio. I nostri hanno saputo infatti coinvolgere altri giovani, dalla parte della produzione agricola e persino della moda, anch'essi determinati, allegri, impegnati. Quasi tutti hanno un cognome che ricorda un'azienda: Beatrice Garofoli, Riccardo Bilancioni, Matteo Meletti, Giulia e Antonio Trionfi Honorati, solo per citarne alcuni.
Poi la cena a base di: polenta e baccalà; ravioli di tordi in salsa di salmì e tenera ascolana; faraona in cannolo d'erbe, polpetta di fegato grasso e coscia cotta con ciauscolo; dolci, dolci e ancora dolci; zuppa inglese secondo noi.
La meticolosità dell'operare è intervallata da filmati della loro vita quotidiana, i loro scherzi, le scenette, la fratellanza. Tutti un po' attori, allegri sicuri di sé. La cena si è risolta in un successo travolgente, con un finale da stadio, tutti in piedi applaudenti. Certo, quei gran figli di... vivono sull'onda del successo dei genitori, ma potrebbero anche goderne i frutti con minor fatica. Con loro si confrontano, se ne distaccano, cercando autonomia pur nella continuità.
Chi ha conosciuto i loro vecchi, che qui in sala se li godono che è un piacere, avverte la differenza dei tempi e dei modi. Quelli, pur meritevolissimi, svangavano e timonavano a vista, questi sono leggeri, precisi, meticolosi, hanno il navigatore, due cellulari e il biglietto per New York in tasca, ma sono anche intimoriti dal pubblico, pervasi da spontaneità e gentilezza che sconcertano. Come se tutti i ragazzi in sala fossero loro fratelli e, i più grandi, genitori o nonni.
La cucina è eccezionale e non poteva essere altrimenti: gli alimenti migliori, le tecniche collaudate, il buon gusto l'hanno succhiato nel biberon. Hanno anche il buon senso che li induce a un equilibrio nutrizionale notevole, a una leggerezza che conquista ancor più l'ospite a tavola. Il viaggio a tappe di Quei gran figli di... cuochi di Marca, continuerà, semestre dopo semestre, ogni volta in un ristorante dei loro, ma sempre tutti insieme in cucina e nel servizio. E hanno già inviti, autorevolissimi, fuori regione. Fa piacere pensare che questi ragazzi, senza avere inventato nulla - le bretelle sui jeans e ie scarpe da tennis li esibivamo anche noi, come avevamo il nostro rosè bollicine, proiettavamo le diapositive dei nostri viaggi anziché video clip – sappiano però sfruttare al meglio mezzo secolo di innovazione. Una fantasiosa ma realistica interpretazione della cucina regionale, unita al servizio spigliato, veloce, non invadente; doti che sarebbero tanto piaciute al maestro Luigi Veronelli di cui sembrano inconsapevoli eredi spirituali.
Per esagerare un po' aggiungo che se Massimo d'Azeglio fosse a stato a cena con loro forse avrebbe avuto maggior ottimismo sul carattere degli italiani e sulla capacità di gestire il Paese. Soprattutto di questi tempi.
Ma io che a cena c'ero, mi rassicuro e mi affido fiducioso a un'impresa che merita plauso e stimolo. Tutti un po' gran figli di... ma con l'entusiasmo e l'ottimismo del nostro miglior passato, per un futuro in crescendo.
Per approfondimenti:
www.riquadro.com

