L’espresso al bar: ancora molte delusioni
Sembra incredibile, eppure succede ancora spesso, anche a me, di entrare in un bar che non conosco e bere un espresso cattivo, magari buttato lì in qualche modo, su un bancone sporco. Intanto si parla con insistenza di aumenti di prezzo per l'espresso al bar. Capisco che le spese per i baristi (affitto, acqua, luce, gas, stipendi) sono cresciute, come per tutti, ma c'è anche un diritto del consumatore ad avere un prodotto in linea con il prezzo che paga, che già oggi non è certo sottocosto, se un bar di Milano, nei pressi dell'università, ha deciso nelle scorse settimane di servire l'espresso a 50 centesimi. «Guadagno poco su ogni caffè - ha spiegato il gestore - ma sulla quantità guadagno più di prima».
Ci sembra sinora poco efficace l'invito ('Un prezzo da amico”) lanciato dalle organizzazioni nazionali di categoria (Fipe e Fiepet) per il blocco dei prezzi al bar sino al giugno 2009. L'adesione è volontaria e piuttosto generica è l'entità dell'iniziativa stessa. Gli aumenti del prezzo dell'espresso al bar saranno in definitiva inevitabili, ma - come scrive il presidente dell'Istituto nazionale spresso italiano, Marco Paladini - potranno essere accettati dal consumatore solo se gli si darà maggiore qualità. Altrimenti è certa la fuga verso il caffè in ufficio con la monetina o la colazione consumata a casa.
Quindi è uno sforzo che la filiera deve compiere: far arrivare caffè migliori sui banconi, soddisfare il consumatore con il sorriso, la pulizia, ma soprattutto con un prodotto che sia il risultato di una seria preparazione professionale (ci sono fior di corsi) e di una miscela di caffè di qualità senza guardare al risparmio speculativo. Solo così il consumatore sarà disposto ad accettare eventuali aumenti, perché troverà un reale valore e non li percepirà solo come il frutto amaro dell'inflazione.
Roberto Vitali

