Basta parlare di Stg (Specialità tradizionale garantita) e la 'temperatura” si alza subito in casa dei pizzaioli italiani e degli operatori di questo settore. è recente la richiesta della certificazione Stg per la 'pizza napoletana” e subito l'Apes (Associazione pizzaioli e similari) si è opposta facendo appello alla Commissione europea di Bruxelles. Secondo l'Apes, tramite la voce del suo presidente Antonio Primiceri, il procedimento non sussiste in primo luogo perché «la pizza è anarchica e apolide, in tutto il mondo si chiama pizza, nome introdotto in tutti i Paesi». Analizzando poi la storia della pizza napoletana a livello nazionale si può affermare che, fino a una trentina di anni fa, era piuttosto sottostimata dalla grande ristorazione italiana, come da quella napoletana, peraltro. I napoletani non hanno dato a questo prodotto una particolare importanza nell'ambito turistico, gastronomico e promozionale della città.

Analizzando i punti del disciplinare, l'Apes porta l'attenzione su alcuni punti 'caldi”, tra cui l'uso 'obbligatorio” dell'olio extravergine di oliva prima della cottura previsto dall'Stg: «è uno spreco e sminuisce la bontà dell'olio stesso». Oppure l'impiego di sola mozzarella di bufala Dop e Stg che per pizzeria non esistono e i pizzaioli non usano. Ingredienti costosi snaturerebbero, infatti, il concetto stesso di pizza napoletana e renderebbero il prodotto finale troppo costoso.
A fronte di questi e altri appunti l'Apes sostiene che «il raggiungimento di qualifica Stg Pizza Napoletana, sul mercato italiano, porterà in secondo piano le pizzerie che non producono con il forno a legna». Ottenendo una certificazione di un certo tipo, ribadisce Apes, «il marchio verrebbe richiesto e pagato, gestito da un consorzio, ma stante l'atteggiamento 'all'italiana”, sarà impossibile valutare il controllo operato dal consorzio stesso. Si teme che la Stg venga data anche a chi userà la mozzarella di bufala bergamasca».