Galletto d’oro, da 20 anni la pizzeria di Luigi Jorio Esposito icona italiana
Basterrebbe ricordare la montagna di premi e riconoscimenti ricevuti da quando, nel gennaio del 1988 avviava la sua pizzeria, il Galletto d'oro, in via Manzoni alla Dorotina di Mozzo (Bg), per rendere omaggio a Luigi Jorio Esposito, autentico maestro della pizza. 
Eppure la vittoria del Campionato italiano di Capocaccia (Ss) per la pizza d'autore con la 'Bergamasca”, nell'88, come la notorietà per la pizza della pace dell'89 in onore di Reagan e Gorbaciov, o i riconoscimenti in vari anni per la sua insuperabile arte di realizzare la 'Margherita”, sono ben poco rispetto all'amore e alla passione con cui Luigi (nelle foto) sa contagiare i suoi interlocutori quando parla di pizza.
Della vera pizza napoletana, è da precisare. Quella col 'cornicione”, con pasta che lievita almeno 24 o 30 ore e per la quale si usano materie prime selezionatissime e che quasi giornalmente arrivano dal sud (dalla mozzarella di bufala ai pomodori Pachino) e che cuoce in un forno che è quasi un organo del corpo di Luigi, tanto ci vive in contatto e in simbiosi. Del resto di pizza ci vive da quando a 9 anni cominciò a lavorare al Don Pasqualino di Porta Capuano a Napoli, vendendo le pizzette nella vicina stazione ferroviaria, per poi arrivare a 19 anni a Bergamo nel ‘65, trasferirsi in Sicilia e poi tornare nella città orobica nell'88.
«Un'esperienza di vita che mi ha insegnato a non contare sulla chimica - afferma con orgoglio Esposito - perchè nella mia pizza c'è solo l'arte antica di capire le farine e preparare a mano i panetti da 230 grammi senza usare bilance». E così le sue pizze sono opere d'arte della tradizione napoletana, ma anche originali creazioni che il cliente non può modificare. «Io sto attento al gusto, all'equilibro e alla digeribilità - precisa - e lascio ad altri i pasticci». Una regola che segue con rigore, tanto che nel suo locale si consuma solo pizza (e dessert) con fritture o patatine al bando. Da sempre.
m.p.

Eppure la vittoria del Campionato italiano di Capocaccia (Ss) per la pizza d'autore con la 'Bergamasca”, nell'88, come la notorietà per la pizza della pace dell'89 in onore di Reagan e Gorbaciov, o i riconoscimenti in vari anni per la sua insuperabile arte di realizzare la 'Margherita”, sono ben poco rispetto all'amore e alla passione con cui Luigi (nelle foto) sa contagiare i suoi interlocutori quando parla di pizza.
Della vera pizza napoletana, è da precisare. Quella col 'cornicione”, con pasta che lievita almeno 24 o 30 ore e per la quale si usano materie prime selezionatissime e che quasi giornalmente arrivano dal sud (dalla mozzarella di bufala ai pomodori Pachino) e che cuoce in un forno che è quasi un organo del corpo di Luigi, tanto ci vive in contatto e in simbiosi. Del resto di pizza ci vive da quando a 9 anni cominciò a lavorare al Don Pasqualino di Porta Capuano a Napoli, vendendo le pizzette nella vicina stazione ferroviaria, per poi arrivare a 19 anni a Bergamo nel ‘65, trasferirsi in Sicilia e poi tornare nella città orobica nell'88.
«Un'esperienza di vita che mi ha insegnato a non contare sulla chimica - afferma con orgoglio Esposito - perchè nella mia pizza c'è solo l'arte antica di capire le farine e preparare a mano i panetti da 230 grammi senza usare bilance». E così le sue pizze sono opere d'arte della tradizione napoletana, ma anche originali creazioni che il cliente non può modificare. «Io sto attento al gusto, all'equilibro e alla digeribilità - precisa - e lascio ad altri i pasticci». Una regola che segue con rigore, tanto che nel suo locale si consuma solo pizza (e dessert) con fritture o patatine al bando. Da sempre.
m.p.

