A Bologna i ristoratori proseguono nella contestazione dei decreti di chiusura
Il Comitato di Tutela Ristoranti Bologna non si arrende di fronte ai decreti di chiusura e nonostante il Tar abbia rigettato il 24 febbraio l’istanza di sospensione dei decreti, continuerà nella sua protesta. In una conferenza stampa nel ristorante Al Pappagallo, [...]
Il Comitato di Tutela Ristoranti Bologna non si arrende di fronte ai decreti di chiusura e nonostante il Tar abbia rigettato il 24 febbraio l’istanza di sospensione dei decreti, continuerà nella sua protesta. In una conferenza stampa nel ristorante Al Pappagallo, proprio sotto le torri, stato ribadito il parere che «le restrizioni sono state effettuate su un calco assimilabile allo stato di guerra, dato che non esiste una specifica letteratura nella giurisprudenza dedicata all’emergenza di una Pandemia».
Il Comitato ricorda di non aver mai violato le norme, mentre osserva con disappunto gli assembramenti di persone, completamente senza regole, soprattutto dopo le 18, orario in cui da molto tempo i ristoranti sono chiusi. E allora, si chiede, perché additare i ristoratori come principali responsabili della diffusione dei contagi, tenendoli inutilmente chiusi?
I dati dei contagi inoltre sono spesso contraddittori e di difficile interpretazione, ma la risposta secondo il Comitato è sempre la stessa, ad ogni rialzo della curva dei contagi le restrizioni vengono applicate solo a “questa” categoria, e di conseguenza, a tutta la filiera collegata. Le aziende fornitrici infatti non lavorano ormai da 12 mesi, con grave ricaduta su tante famiglie che vivono grazie al settore enogastronomico. I ristori non coprono se non una irrisoria percentuale delle effettive perdite economiche e la cassa integrazione per i dipendenti oltre a non essere congrua arriva in gravissimo ritardo.
Non c’è poi evidenza scientifica che attesti che nei ristoranti avvengano contagi, e che i contagi, se si è in zona “gialla”, avvengano dopo le 18.
Quel che è emerso dalle riflessioni del Comitato è che probabilmente la chiusura forzata dei ristoranti, per cui le modalità di delivery e asporto non sono soluzioni percorribili dati i gravi costi che non vengono coperti dalle vendite, sia usata come strumento di dissuasione, un deterrente che secondo il Ministero della Salute dovrebbe invitare le persone a non uscire dalle abitazioni. «È sotto gli occhi di tutti che è strumento completamente inefficace e per di più molto dannoso per tutta la categoria. Le persone continuano a uscire e a creare assembramenti a prescindere dai DPCM, a prescindere dalle chiusure o aperture dei locali».
Il Comitato intende comunque portare avanti la battaglia legale e attende ancora di potere dialogare faccia a faccia con le istituzioni che spesso dichiarano ai media di volere appoggiare la categoria.
1. La “battaglia” era stata intrapresa in forma legale e come tale proseguirà, con l’impugnazione dell’ordinanza davanti al Consiglio di Stato. La linea comune condivisa è “retta”, ovvero rispettosa della legalità delle azioni da intraprendere. Il sentore tuttavia è che si tratti di un atto politico che si fa scudo dietro la pandemia. I ristoratori per questo si sentono fortemente discriminati.
2. Per il sopracitato motivo il Comitato esprime la volontà di incontrare a un tavolo le parti politiche che più si sono esposte a favore degli interessi della categoria, a partire dal Governatore dell’Emilia Romagna e Presidente delle Regioni Stefano Bonaccini e poi ancora Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Il TAR non ha dato ascolto alle esigenze di un settore in forte sofferenza, e siccome il Comitato non ha colore politico, si è pensato a impostare la discussione “super partes”, con forze di governo e di opposizione. Il comitato chiede dunque apertamente un incontro chiarificatore.
3. Il Comitato, per proseguire le attività, sta verificando l’opportunità di trasformarsi in Consorzio, sulla scia dell’esperienza di Modena e Parma, per costituire un solido supporto.

