giù la serranda
Costi fuori controllo: a Como chiude lo storico ristorante Sant’Anna 1907
Dopo la sospensione di settembre e il tentativo fallito di trovare un socio, il locale rilevato nel 2021 da Giuliano Lotto si ferma: margini ridotti e costo del personale hanno reso insostenibile la gestione
Il 2026 si è aperto con il rumore delle serrande che si abbassano. In tutta Italia - e in Lombardia in particolare, con Brescia tra le province più colpite ultimamente - le chiusure di ristoranti e trattorie stanno diventando una sequenza quasi ordinaria, una notizia che, purtroppo, non sorprende più nessuno e che proprio per questo preoccupa ancora di più. L’ultimo nome ad aggiungersi alla lista è quello del Sant’Anna 1907 di Como, al numero 1 di via Turati, di fronte all’ex ospedale di via Napoleona: una sala che per anni ha fatto parte della geografia sentimentale della città e che oggi resta al buio.
Dalla sospensione alla chiusura definitiva
In realtà la storia, ricordiamo, si era già incrinata alla fine dello scorso settembre, quando la saracinesca era stata abbassata “temporaneamente”, in attesa - si diceva - dell’ingresso di un nuovo socio. Cinque mesi dopo, però, la pausa per la trattativa si è trasformata in punto fermo. «Purtroppo non è andata a buon fine e quindi ho dovuto scegliere la strada della chiusura; se qualcuno si vuole fare avanti e vuole aprire un tavolo di trattativa, io sono pronto» ha rivelato ai quotidiani locali Giuliano Lotto, milanese classe 1959, titolare del ristorante dal 2021. «Ma al momento si tratta di un’ipotesi remota».
«In Italia è quasi impossibile fare il ristoratore»
Al Sant’Anna lavoravano circa dieci persone fra cucina e sala, una squadra stabile, con ruoli definiti e un equilibrio costruito nel tempo. Oggi, però, quell’equilibrio non c’è più: «Abbiamo preso questa decisione - ha proseguito Lotto - perché in Italia è ormai quasi impossibile fare i ristoratori: i costi di gestione e, soprattutto, i costi legati al personale sono troppo alti. All’estero è in funzione il sistema delle mance, che consente di gratificare il dipendente senza pesare eccessivamente sull’azienda; in Italia, invece, i ristoranti funzionano e garantiscono reddito solo se il proprietario lavora all’interno della struttura».
Parole che, sostanzialmente, fotografano un malessere diffuso praticamente in tutto il nostro Paese e che riportano inevitabilmente al centro un tema strutturale: il costo del lavoro, il margine che si assottiglia, la difficoltà di sostenere un’attività senza essere fisicamente dietro ai fornelli o in sala ogni giorno.
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Un vuoto per la città e per chi ci lavorava
Detto ciò, per Como la perdita è forte. Il Sant’Anna 1907, infatti, non era soltanto un’insegna con una data nel nome, ma un riferimento (vero e proprio) per una parte della ristorazione cittadina che puntava su una proposta riconoscibile e su un servizio curato. La chiusura lascia un vuoto nel tessuto urbano prima ancora che nel mercato, perché ogni ristorante che sparisce modifica l’equilibrio di una strada, di un quartiere, di una rete di relazioni. C’è poi la dimensione umana, che spesso resta sullo sfondo e che invece merita attenzione. I dipendenti hanno dovuto cercare nuove collocazioni (come lo storico maitre Fabio Pedraglio, oggi al Ristorante Gnocchetto di Tavernerio).
Una chiusura che, come detto, si unisce ad altre in una fase molto delicata per la ristorazione italiana, stretta fra costi in crescita, modelli organizzativi che faticano a reggere e un sistema che continua a scaricare quasi tutto il rischio sull’imprenditore. E mentre il 2026 continua a contare serrande abbassate, la domanda resta sospesa davanti a quella di via Turati: chi avrà il coraggio - e le condizioni - per rialzarla? “Ai posteri l’ardua sentenza”.

