Nelle nebbie della fine dell'anno, fra campane e orme sulla spiaggia
Il senso del tempo, che prescinde da come lo calcoliamo, è l'unica certezza a cui affidarsi in questi tempi bui. Ma la luce la si può trovare sempre, basta saperla cercare
Eh, ma qui è nebbione: panico.
Ma tutto sommato si tratta di uscire da casa a piedi ed i punti di riferimento non mancano.
Destinazione il campanile. Campanile annesso a chiesa? In genere è così. Si costruisce la chiesa e poi al fianco di essa si costruisce il campanile. L’affinità non solo architettonica tra chiesa e campanile è tale che noi si dice “come si fa la chiesa, così si fa il campanile”.

E perché destinazione proprio il campanile, torre che si alza al cielo, e non la chiesa, ventre che accoglie ed accarezza ?
Che domanda! Oh, bella: perché io sono il campanaro.
I tempi della forza delle braccia non li ho conosciuti. No, dico meglio, li ho conosciuti, ma solo attraverso i racconti di mio nonno campanaro e di mio padre campanaro. Io ho cominciato a svolgere questa missione che avevano inventato le cassette registrate, l’amplificatore e gli altoparlanti. “Una pacchia, Demetrio, e che lavoro è mica il tuo”. Così i compaesani. Senza cattiveria. Demetrio, sono io. Campanaro di terza generazione. Constatazione tanto superficiale quanto lontana dal vero. Lontana perché comunque sempre di gran lavoro trattasi. Vuoi mettere la sintonia tra l’orologio che “spacca il secondo” e il lancio del sonoro.
Nebbione che induce in errore. In tasca la cassetta con lo scampanio dell’occasione: la mezzanotte più magica dell’anno. Per streghe e sabba posto non ve n’è. È la mezzanotte che lascia fuori l’anno divenuto vecchio e sospinge dentro, riottoso che sia, l’anno che diventa nuovo avendo il destino segnato di diventare poi vecchio anch’esso nel breve volgere di tredici lune.
E però, mica ricordavo quanto è ragguardevole la distanza casa mia – campanile. E cammino, cammino, cammino ancora nello struggente abbraccio di nebbia che gocciola e di umido che penetra.
Lontano, lontano, ma le mie orecchie sono allenate e captano, sento il rintocco delle campane dei campanili limitrofi. Perché questo scampanio in anticipo?
Ma dove siamo? Ma come la mezzanotte più importante dell’anno e costoro che impunemente anticipano per poi potere stare in casa alla mezzanotte vera a brindare in famiglia? Eh, no. Io sono campanaro da generazioni. Per me mezzanotte è mezzanotte, non si bara.
Ma il bello è che non baravano mica i colleghi campanari. Mi ero smarrito io.

Colpa della nebbia. Ma sono finalmente arrivato.
Quella bella chiave di una volta. La torcia che illumina una serratura che è in apnea, invasa com’è da nebbia che trafigge senza fare rumore e senza procurare dolore.
Apro. Entro. Accendo la luce. Eccola la cassetta. E cosa aspetto? Forza, vorrà dire che ci distinguiamo e ci sentono dopo che gli altri hanno finito.
Fortuna che qui di botti, sì quei fuochi di artificio che bruciano soldi, non se ne adoperano. C’è il silenzio di quando sono finiti gli spari senza che gli spari ci siano mai stati.
Ecco, start. Pronti.
“E’ una notte particolare questa qui e non so, gioia mia, se riesco a raccontartela come vorrei e come dovrei. Dormi, piccina. E non svegliarti proprio adesso. Nonno Demetrio fa suonare le campane e queste campane stanotte vogliono dirci che l’anno nuovo è arrivato. Puntuale come tutti gli anni. Che destino hanno questi anni: a salutarli e a dargli il benvenuto quando vengono, e poi ospiti divenuti indesiderati, a salutarli sveltamente quando si è fatto il tempo che devono andare via. Ecco, il tempo. Ma il tempo siamo noi. Un orologio può guastarsi; puoi divertirti, sberleffo vano, a fermarlo, a portare indietro le lancette. Camuffi il datario e dici che oggi non è oggi e dici che ieri è domani e che dopodomani è l’altro ieri.
E puoi fare finta di equivocare con le lancette e scambiare le ore del vespero con quelle dell’alba e rimbalzare tra aurora e tramonto.

Noi abbiamo inventato gli orologi, ma noi non abbiamo inventato il tempo. Te l’ho detto: il tempo siamo noi”.
Vorrei poter trovare le parole per dire a mia figlia che ha tutta la vita davanti e che questa vita è come una passeggiata a piedi nudi lungo la riva sabbiosa del mare in una bellissima giornata di dicembre, il dicembre nostro. Le sue orme sono piccole e superficiali, perché lei è piccola e leggera, come leggeri dovrebbero essere i suoi pensieri, in sintonia con il suo corpo leggero.
Al fianco delle sue orme ci sono le mie, più grandi e più profonde. La riva è lunghissima ed entrambi camminiamo, soli insieme, con il nostro passo: l’uno cercando la sintonia con l’altro. A tratti, le sue orme scompaiono e contestualmente più profonde diventano le mie: è perché ho dovuto prenderla in braccio; per sopraggiunta stanchezza oppure per aiutarla a guardare lontano, guardando insieme, ché insieme si vede meglio e si osservano più cose. Poi, le sue orme ritornano evidenti sulla sabbia ma le mie continuano ad essere profonde come quando sopportavo anche il suo peso: è l’affanno del cammino e la stanchezza che sovente affardella chi una meta non ha.
Memoria struggente di prima colazione: le sottili fette di pane solo un attimo tostate e le spalmatine di marmellata di arance, di limoni, di mandarini; di tutte, tutte squisite, questa di mandarini gradisce di più. Ad un tratto le mie orme si fanno sempre più profonde e tra loro vicine, le sue orme sono sempre lievi ma più grandi e spedite. Mio Dio, sono stanco. Ma è proprio la stanchezza a farmi compiere il gesto estremo: la prendo ancora una volta in braccio, proprio adesso che non me l’ha chiesto palesemente e proprio adesso che sento il vigoroso peso di un corpo cresciuto, e per l’ultima volta, insieme guardiamo lontano.
Lei ha certamente visto qualcosa. Il suo viso si fa radioso e sorride, persino. In braccio si volta dolce verso di me, mi guarda fisso negli occhi; i miei occhi stanchi incontrano i suoi vivissimi e pieni di luce, e mi dà un bacio forte sulla mia guancia rugosa. E mi stringe e mi abbraccia forte. E poi, naturalmente, la metto giù. Le mie orme svaniscono per sempre e lei prosegue il cammino da sola. Sono stanco davvero, sono molto stanco. Dorme. Le sfioro solo più i capelli e mi chino per poggiarle un bacino sulla fronte.
Le campane di Nonno Demetrio stanno suonando. Buon Anno.


