Sono nei nostri occhi le immagini delle bare a New York deposte in una fossa comune nel Bronx; ancor di più, essendo immagini del nostro paese, la carovana dei camion dell'esercito che trasportano via quelle bare a Bergamo. Immagini che sono come uno schiaffo che ti fa sbattere su quei libri di scuola che ci avevano raccontato che certe cose esistono, che certe cose si ripetono, che certe cose uccidono.
Ma lo schiaffo ti fa sentire dolore, ed egoisticamente pensiamo che noi siamo vivi. Che siamo ancora vivi. Ma molti se ne sono andati, e poco importa se la letalità di questo nemico invisibile, denominato Coronavirus, sia dell'uno o del tredici percento. Quel che importa è che molti, troppi se ne sono andati; spesso soli dai loro cari, il cui pianto per loro è arrivato da lontano senza poter stringere le mani, o serrare con le proprie, quegli occhi che si spengono per un nemico arrivato troppo in fretta, come un'ondata di ostrogoti di millecinquecento anni fa.

Anche la speme, ultimadea, fugge i sepolcri

E rivengono alla mente quelle memorie di scritti mai passati di moda:

«All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro»

« Forse il sonno eterno della morte è meno doloroso
qualora l’estinto riposi all’ombra dei cipressi
e dentro le urne confortate dal pianto di chi è rimasto?»

Così Ugo Foscolo iniziava i suoi Sepolcri; sostenendo la tesi di come l'anima di una persona sia immortale quando il suo ricordo vive in quelli che sono rimasti, che hanno una pietra, all'ombra dei cipressi, sul quale piangerli.

Ed è proprio vera la frase di Giuseppe Zuccarini: «Crudele e disumano non poter piangere sulla bara di una persona cara: è la dura legge della pandemia». Si è la dura legge di questa pandemia.

Probabilmente quando tutto questo sarà finito, costruiremo il sepolcro con epitaffio per quelli che questa pandemia se li è portati via, ma è lo schiaffo che dobbiamo ricordare. Quello schiaffo che abbiamo subito che ci ha fatto puntare gli occhi verso il basso, che ci ha fatto sentire fortunati, sfortunati, sani e malati allo stesso tempo, quello è lo schiaffo che ci deve far prendere consapevolezza che dobbiamo risorgere anche per quelli che non ci sono piu.

Come Gesù è risorto dalla morte (per chi ci crede), in questa Pasqua proiettata con cautela verso la fase due dobbiamo risorgere per chi è morto, per chi sta ancora morendo, per chi morirà; per l'impegno di chi è stato sempre in prima linea a combattere, per chi ha aspettato in casa, per chi come noi sta reagendo a quello schiaffo; perchè se era vero per Foscolo che «Anche la speme, ultima dea, fugge i sepolcri» la nostra Speranza passa dapprima sui Sepolcri.