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Il Lido 84 e l’illusione che il successo debba durare per sempre
Un ristorante stimato, con pubblico, conti solidi e riconoscimenti, decide di fermarsi e il dibattito esplode come se fosse accaduto qualcosa di anomalo, quasi sospetto, da analizzare e decifrare a ogni costo. La reazione dice più del comparto che della scelta: incapace di accettare che chiudere possa essere solo una decisione legittima, non un caso da risolvere
La chiusura del Lido 84, il ristorante dei fratelli Camanini, ha scatenato un dibattito che dice molto più del comparto che del ristorante stesso. Parliamo di un locale amato, frequentato, pluricelebrato. Un ristorante che funzionava, che aveva riconoscimenti, pubblico, conti in ordine. Proprio per questo, la sua chiusura è diventata improvvisamente un caso, quasi un’anomalia da sezionare. E allora via con le ipotesi fra dinamiche nascoste e retroscena mai confermati. Un esercizio collettivo che appare sproporzionato.
Anche il successo può pesare
Forse la spiegazione è molto più semplice e, proprio per questo, meno accettabile per un comparto che ama raccontarsi come epica permanente. Anche il successo stanca, anche il lavoro più ambito, più premiato, più invidiato, a un certo punto può diventare un peso. Succede ovunque, in ogni ambito professionale.
Ma nella ristorazione no: qui ogni gesto deve essere caricato di senso, ogni scelta trasformata in manifesto, ogni chiusura elevata a simbolo. Il punto, forse, è proprio questo: il fatto che un ristorante di altissimo livello chiuda pur avendo i conti in ordine viene percepito come eccezionale, e già questo dovrebbe far riflettere. Se la normalità economica è un evento raro, allora il problema non è la chiusura del Lido 84, ma l’idea distorta che il comparto ha di sé stesso.
Il bisogno di trovare sempre una causa
C’è poi un altro aspetto, più fastidioso: l’insistenza nel voler “scoprire” una causa, nel pretendere una spiegazione pubblica, quasi che chi chiude debba rendere conto a un gran giurì. Come se il silenzio fosse una colpa, come se la scelta di non raccontarsi fosse un affronto. In realtà è solo una scelta, legittima e normale. Forse sarebbe salutare ridimensionare il racconto, tornare a una grammatica più semplice: i ristoranti aprono, si frequentano, si amano, chiudono.
A volte perché vanno male, a volte perché vanno troppo bene, a volte perché chi li ha creati decide che è tempo di fare altro. Senza che questo debba generare paginate di analisi e autopsie narrative. La sensazione è che la ristorazione, ancora una volta, dimostri una sopravvalutazione di sé stessa, sia quando tutto luccica sia quando qualcosa finisce. E forse il rispetto più grande, oggi, sarebbe proprio questo: accettare che una chiusura possa essere solo una chiusura. Non un caso, non un dramma collettivo. Chiudere quando le cose vanno bene, in fondo, è una forma di lucidità. Tutto il resto è rumore.

