Il tartufo al tempo del Covid
Il Covid non accenna a rallentare e permettere le riaperture a cui tanto auspichiamo in tempi brevi. Anche il raccolto del tartufo ha subito un duro contraccolpo, dal punto di vista della quantità, inferiore alle attese.
Nel grande scempio di questo momento il male minore e' stata un'annata infelice nella raccolta del tartufo, seppur la qualità delle pepite c'e' stata, la quantità è stata sicuramente inferiore alle attese. Naturalmente il non consumo del tartufo da parte dei ristoranti, ha fatto certamente crollare i prezzi ma è anche vero che molto tartufo rimane sotto terra e a beneficiarne sono soprattutto i roditori, i cinghiali e altre specie animali che in qualche modo divorano con piacere le preziose pepite.
Produzioni basse ma discrete, pepite che però molto spesso non trovano il mercato giusto.
Molto spesso il tartufo resta invenduto ai commercianti, e chi ne ha beneficiato maggiormente sono state le famiglie, che pur restando a casa sono riuscite ad acquistare il tartufo dai cavatori, dai trifulau e dai custodi del bosco (come li chiamiamo noi), a prezzi molto favorevoli.
Una valvola di sfogo è stato sicuramente l'e-commerce.
L' estero ha tirato ma non più di tanto e diciamo che sostanzialmente non oltre un 15% del tartufo italiano viene esportato nelle grandi aree metropolitane (soprattutto del sudest asiatico).
Va detto comunque che in quelle terre, la ristorazione richiede solo grandi pepite, con una caratura sensazionale e pezzature di altissimo livello, che quest'anno non sono state così copiose.
Noi tutti ci attendiamo un ritorno alla normalità nella ristorazione ad iniziare dalla primavera, con l'arrivo dei tartufi bianchetti leggeri e soavi, l'auspicio di arrivare all'estate con il nero estivo cosìddetto scorzone che sul pescato del nostro mare è sicuramente ideale.»Visita il sito: www.accademiaitalianadeltartufo.it


