Dall'Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo: Ai no vax rispondo con dati scientifici
Luca Lorini, direttore delle Terapie intensive del Papa Giovanni XXIII di Bergamo, in un'intervista al Corriere della Sera, risponde dall'emergenza al vaccino in maniera concreta, con proposte date dall'esperienza vissuta
L'opinione pubblica, in questo 2020 di pandemia da Covid-19, ha visto la figura dei medici-virologi passare da sconosciuta a eroica fino a trasformarsi in una sorta di nuovo influencer. Tante le parole dette, le opinioni contrastanti riportate ai media - tanto da creare confusione nel cittadino. Di seguito abbiamo però deciso di riportare integralmente l'intervista proposta dal Corriere della Sera Bergamo a Luca Lorini, bergamasco, che dirige la terapia intensiva del Papa Giovanni XXIII. Un'intervista, diversamente da molte altre, concreta, basata sui fatti e avvalorata dall'esperienza vissuta in prima persona da Lorini tra la prima e la seconda ondata.

Concordiamo, come Italia a Tavola, alle proposte fatte dallo stesso Lorini in questa intervista (clicca qui per l'articolo del Corriere della Sera), dalla persuasione dei no vax utilizzando dati scientifici al miglior investimento dei fondi pubblici per gli ospedali (basandosi anche e soprattutto sul numero di posti letto) fino alle più recenti questioni circa chi non vuole vaccinarsi ma rischia, così, di togliere posto a chi invece ha scelto di vaccinarsi.
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«Mi hanno regalato un libro bellissimo». È l’Antifragile del filosofo libanese Nassim Nicholas Taleb. «Uno pensa che l’opposto del fragile sia il robusto, invece qui si dice che l’antifragile è qualcosa che si evolve, come la natura». Qualcosa capace di adattarsi anche a un cigno nero, per citare l’opera in cui Taleb teorizza come l’improbabile governi le nostre vite. A proposito di pandemia. Luca Lorini, 59 anni, bergamasco, dirige la Terapia intensiva del Papa Giovanni XXIII, luogo simbolo della lotta al Covid quando del Covid non si sapeva nulla, e Bergamo in un attimo era diventata Wuhan. «Mi hanno detto che io sono l’antifragile».
Ed è così?
Sto ancora leggendo, ve lo dirò. Però certamente è corretto pensare che l’antifragile sia molto meglio del robusto, perché il robusto quando si spezza si spezza.
È stato il primo vaccinato del suo ospedale: come va?
Benissimo, c’è stata solo una piccola sensazione di indolenzimento sulla spalla, come per i vaccini che si facevano da bambini.
Perché vaccinarsi? E perché pubblicamente?
Avendo visto che sono impotente di fronte a questa malattia, ho sognato di avere un vaccino. Ho sperato che mentre io tenevo botta e salvavo più malati possibile, altri mi dessero un’arma in più per curarli. Adesso ce l’ho. E siccome sono un personaggio un po’ sovraesposto ho pensato che mostrare che facevo il vaccino per primo, senza paura, avrebbe aiutato chi ha dubbi.
Cosa dice ai no vax?
TikTok l’ha visto?
Pesca dall’Iphone un video su TikTok di un ragazzo che traduce nel linguaggio leggero del social network del momento una delle sue ultime, cliccatissime interviste, e lo candida per una serie Netflix. «Non so se una serie Netflix la faranno, però quello che dico è questo. Io penso sia sbagliato obbligare la gente a fare delle scelte. Ai no vax noi possiamo cercare di fare vedere cosa succede a noi che ci vacciniamo e mostrare i risultati scientifici, punto. È evidente che se tutta la popolazione decidesse di non vaccinarsi, a giugno avremmo gli stessi numeri dell’anno precedente e questo rischierebbe di fare morire anche i malati non Covid. Dunque, per tornare alla libertà: uno è libero di non vaccinarsi, ma non è giusto che io non possa curare chi ha, diciamo, un infarto e si è vaccinato e rischia di morire perché l’ospedale è occupato dagli altri 100mila che non si sono vaccinati. Allora io curo tutti, però se arriva l’infartuato, devo essere libero di dare a lui il posto. E chi non è vaccinato lo perderà e rischierà di morire, ma è una sua scelta».
Com’è stato ritrovarsi così sotto i riflettori?
Non è qualcosa che ho cerato. Ho accettato di espormi perché c’è stato un momento in cui vedevo che la gente era davvero spaesata.
Cosa si aspetta per il 2021?
Se arrivano sufficienti dosi nei prossimi mesi e il 70% della popolazione farà il vaccino, secondo me da luglio in poi vivremo un mondo molto simile a quello che avevamo visto prima, avendo imparato un sacco di cose in più.
La lezione principale?
È che abbiamo la sanità migliore del mondo, sulla carta, ma è vicina a diventare una delle peggiori perché i disinvestimenti l’hanno portata su un livello critico. Bisogna ritornare a investire.
Se fosse ministro della Salute cosa farebbe subito?
Ride. «La prima cosa brutta è la deviazione standard che c’è, cioè questo ospedale vive con gli stessi soldi statali che vengono dati a Reggio Calabria. Eppure, Reggio Calabria ha un ospedale di 400 posti letto e costa 800 milioni, mentre Bergamo ha 900 posti letto e costa 400 milioni. E non parlo dei risultati».
Ci sarà una terza ondata?
Più che una terza ondata, stiamo vivendo una seconda lunga, che potrà avere una, speriamo piccola, recrudescenza. Dobbiamo fare solo tre cose: vaccinarci, isolare gli anziani e scaglionare gli ingressi delle scuole.
Che immagine le resta della prima ondata?
Se devo portare a casa una cosa è avere visto una squadra fantastica, tutti, non solo medici e infermieri. C’erano gli addetti alla sicurezza che cercavano di accompagnarmi per aiutarmi, la signora delle pulizie che mi chiedeva a che ora poteva entrare. Quello lì è un segnale di amore pazzesco e una speranza per il futuro.
Allora l’ospedale arrivava ad avere 15 morti al giorno.
Facevamo unità di crisi al mattina e alla sera, guardavo i grafici, quanta gente arrivava al pronto soccorso, quanti ne ricoveravamo, quanti morivano. La sera mi incamminavo, perché abito a 7 minuti, e andavo a casa con quel pensiero. Nel tragitto cercavo di rilassarmi un po’ con la musica, lasciavo scegliere a questa cosa moderna (Spotify, ndr). E poi iniziavo con le ipotesi, pensavo a cosa avrei fatto se fossero arrivati altri 30 malati il giorno seguente.
Lei è un super appassionato di enduro. Ha ripreso?
«Vado sempre e continuo a fare gare». Mostra, orgoglioso, una sua foto in pista, in sella alla sua motocross.
Finiamo con un augurio per Bergamo.
Bergamo ci lascia molto orgogliosi, ha dato un segnale nel mondo, in questo momento è un brand di solidità, di serietà. Faccio l’augurio che rimanga sempre così, che non si faccia mai contaminare, non solo dal virus.
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Luca Lorini - foto: Il Post
Concordiamo, come Italia a Tavola, alle proposte fatte dallo stesso Lorini in questa intervista (clicca qui per l'articolo del Corriere della Sera), dalla persuasione dei no vax utilizzando dati scientifici al miglior investimento dei fondi pubblici per gli ospedali (basandosi anche e soprattutto sul numero di posti letto) fino alle più recenti questioni circa chi non vuole vaccinarsi ma rischia, così, di togliere posto a chi invece ha scelto di vaccinarsi.
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«Mi hanno regalato un libro bellissimo». È l’Antifragile del filosofo libanese Nassim Nicholas Taleb. «Uno pensa che l’opposto del fragile sia il robusto, invece qui si dice che l’antifragile è qualcosa che si evolve, come la natura». Qualcosa capace di adattarsi anche a un cigno nero, per citare l’opera in cui Taleb teorizza come l’improbabile governi le nostre vite. A proposito di pandemia. Luca Lorini, 59 anni, bergamasco, dirige la Terapia intensiva del Papa Giovanni XXIII, luogo simbolo della lotta al Covid quando del Covid non si sapeva nulla, e Bergamo in un attimo era diventata Wuhan. «Mi hanno detto che io sono l’antifragile».
Ed è così?
Sto ancora leggendo, ve lo dirò. Però certamente è corretto pensare che l’antifragile sia molto meglio del robusto, perché il robusto quando si spezza si spezza.
È stato il primo vaccinato del suo ospedale: come va?
Benissimo, c’è stata solo una piccola sensazione di indolenzimento sulla spalla, come per i vaccini che si facevano da bambini.
Perché vaccinarsi? E perché pubblicamente?
Avendo visto che sono impotente di fronte a questa malattia, ho sognato di avere un vaccino. Ho sperato che mentre io tenevo botta e salvavo più malati possibile, altri mi dessero un’arma in più per curarli. Adesso ce l’ho. E siccome sono un personaggio un po’ sovraesposto ho pensato che mostrare che facevo il vaccino per primo, senza paura, avrebbe aiutato chi ha dubbi.
Cosa dice ai no vax?
TikTok l’ha visto?
Pesca dall’Iphone un video su TikTok di un ragazzo che traduce nel linguaggio leggero del social network del momento una delle sue ultime, cliccatissime interviste, e lo candida per una serie Netflix. «Non so se una serie Netflix la faranno, però quello che dico è questo. Io penso sia sbagliato obbligare la gente a fare delle scelte. Ai no vax noi possiamo cercare di fare vedere cosa succede a noi che ci vacciniamo e mostrare i risultati scientifici, punto. È evidente che se tutta la popolazione decidesse di non vaccinarsi, a giugno avremmo gli stessi numeri dell’anno precedente e questo rischierebbe di fare morire anche i malati non Covid. Dunque, per tornare alla libertà: uno è libero di non vaccinarsi, ma non è giusto che io non possa curare chi ha, diciamo, un infarto e si è vaccinato e rischia di morire perché l’ospedale è occupato dagli altri 100mila che non si sono vaccinati. Allora io curo tutti, però se arriva l’infartuato, devo essere libero di dare a lui il posto. E chi non è vaccinato lo perderà e rischierà di morire, ma è una sua scelta».
Com’è stato ritrovarsi così sotto i riflettori?
Non è qualcosa che ho cerato. Ho accettato di espormi perché c’è stato un momento in cui vedevo che la gente era davvero spaesata.
Cosa si aspetta per il 2021?
Se arrivano sufficienti dosi nei prossimi mesi e il 70% della popolazione farà il vaccino, secondo me da luglio in poi vivremo un mondo molto simile a quello che avevamo visto prima, avendo imparato un sacco di cose in più.
La lezione principale?
È che abbiamo la sanità migliore del mondo, sulla carta, ma è vicina a diventare una delle peggiori perché i disinvestimenti l’hanno portata su un livello critico. Bisogna ritornare a investire.
Se fosse ministro della Salute cosa farebbe subito?
Ride. «La prima cosa brutta è la deviazione standard che c’è, cioè questo ospedale vive con gli stessi soldi statali che vengono dati a Reggio Calabria. Eppure, Reggio Calabria ha un ospedale di 400 posti letto e costa 800 milioni, mentre Bergamo ha 900 posti letto e costa 400 milioni. E non parlo dei risultati».
Ci sarà una terza ondata?
Più che una terza ondata, stiamo vivendo una seconda lunga, che potrà avere una, speriamo piccola, recrudescenza. Dobbiamo fare solo tre cose: vaccinarci, isolare gli anziani e scaglionare gli ingressi delle scuole.
Che immagine le resta della prima ondata?
Se devo portare a casa una cosa è avere visto una squadra fantastica, tutti, non solo medici e infermieri. C’erano gli addetti alla sicurezza che cercavano di accompagnarmi per aiutarmi, la signora delle pulizie che mi chiedeva a che ora poteva entrare. Quello lì è un segnale di amore pazzesco e una speranza per il futuro.
Allora l’ospedale arrivava ad avere 15 morti al giorno.
Facevamo unità di crisi al mattina e alla sera, guardavo i grafici, quanta gente arrivava al pronto soccorso, quanti ne ricoveravamo, quanti morivano. La sera mi incamminavo, perché abito a 7 minuti, e andavo a casa con quel pensiero. Nel tragitto cercavo di rilassarmi un po’ con la musica, lasciavo scegliere a questa cosa moderna (Spotify, ndr). E poi iniziavo con le ipotesi, pensavo a cosa avrei fatto se fossero arrivati altri 30 malati il giorno seguente.
Lei è un super appassionato di enduro. Ha ripreso?
«Vado sempre e continuo a fare gare». Mostra, orgoglioso, una sua foto in pista, in sella alla sua motocross.
Finiamo con un augurio per Bergamo.
Bergamo ci lascia molto orgogliosi, ha dato un segnale nel mondo, in questo momento è un brand di solidità, di serietà. Faccio l’augurio che rimanga sempre così, che non si faccia mai contaminare, non solo dal virus.
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