Il virus è diventato più “buono”? Galli: No, pensiamo ai nuovi focolai
Il direttore del reparto di Malattie infettive all’ospedale Sacco di Milano, intervistato da Bianca Berlinguer, esclude che l’emergenza possa considerarsi finita: «Irresponsabile dire che il virus si sia rabbonito»
Ha affermato di non avere ancora letto il documento firmato da 10 esperti (virologi, anestesisti ed epidemiologi) che si schierano compatti nell’affermare la fine dell’emergenza e la mutazione del Covid-19 in una forma meno aggressiva, una sorta di “manifesto” ripreso dal quotidiano “Il Giornale”. Ma il professor Massimo Galli, direttore del reparto di Malattie infettive all’ospedale Sacco di Milano, ha le idee molto chiare e non ha mancato di esprimerle con toni forti ieri sera a Cartabianca, il programma condotto da Bianca Belringuer: «Un virus diventato buono? No, il solito virus, magari con qualche mutazione che non lo rende più tranquillo».
«Gli esperti dicono una cosa e l’opposto - ha affermato Galli - i miei illustri colleghi si sono improvvisati una competenza su virus ed epidemia, venendo magari da fantastici curricula in altri campi. Io non mi metto a fare l’oncologo o il nefrologo, non mi metto a fare altri mestieri in termini di valutazioni di elementi e di esperienza, santo cielo».

«Questi illustri colleghi, che magari hanno posizioni sul virus diventato buono, mi giustifichino i focolai in giro per l’Italia. Mi giustifichino i pazienti che in questo momento a Tor Vergata hanno purtroppo una ventilazione meccanica venendo dal focolaio del San Raffaele. Dobbiamo distinguere tra la coda di un’epidemia, con casi di minore gravità perché quelli che dovevano andar male sono già andati male, e la continua volontà di andare a dire in giro che il virus è diventato buono è una grossolana sciocchezza».
«Sfatiamo il mito che gli asintomatici ci siano solo ora - ha sottolineato Galli - c’erano anche all’inizio. Su 100 casi, quelli gravi sono 10, forse anche meno. Non stravolgiamo i criteri dell’epidemiologia per favore. Trovo demenziale e irresponsabile dire che il virus si sia rabbonito: è smentito dai nuovi focolai, da quello che succede in Germania, in Cina, in Brasile. Nella compagine di coloro che sostengono certe posizioni temo ci siano molti neofiti. Bisogna parlare sulla base di dati, non sulla base di opinioni. Sono veramente stanco di dover contrastare posizioni di colleghi basate su impressioni e non su numeri».
Una posizione che si contrappone nettamente all’idea di fondo che emerge dal manifesto firmato da Alberto Zangrillo, Matteo Bassetti, Arnaldo Caruso, Massimo Clementi, Luciano Gattinoni, Donato Greco, Luca Lorini, Giorgio Palù, Giuseppe Remuzzi e Roberto Rigoldi. Una sorta di cordata di scienziati che si sono schierati contro le tesi dei colleghi più prudenti. La risposta di Silvio Brusaferro, Franco Locatelli, Giuseppe Ippolito e Giovanni Rezza, membri del comitato tecnico-scientifico che sta supportando il Governo, è stata netta: il virus c’è ancora e non è diventato meno aggressivo.
Sembra quindi non esserci ancora un accordo tra le voci degli esperti, mentre il mondo dei bar, dei ristoranti e degli alberghi è sempre più fiducioso che l’emergenza si possa considerare terminata e che si possano allentare le restrizioni che tanto stanno condizionando la ripresa delle attività. Segnali incoraggianti sono arrivati nei giorni scorsi ad esempio da Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs, che aveva affermato come i nuovi infetti non siano più contagiosi richiamando il Governo ad una corretta informazione; da Alberto Zangrillo, direttore delle Unità di anestesia e rianimazione generale e cardio-toraco-vascolare dell'ospedale San Raffaele di Milano, che ha ipotizzato lo stop alle mascherine all’aperto entro fine mese; ma anche dai ricercatori della Fondazione Bruno Kessler di Trento, che hanno affermato che gli under 60 sono principalmente asintomatici.
«Gli esperti dicono una cosa e l’opposto - ha affermato Galli - i miei illustri colleghi si sono improvvisati una competenza su virus ed epidemia, venendo magari da fantastici curricula in altri campi. Io non mi metto a fare l’oncologo o il nefrologo, non mi metto a fare altri mestieri in termini di valutazioni di elementi e di esperienza, santo cielo».

Massimo Galli (foto: globalist.it)
«Questi illustri colleghi, che magari hanno posizioni sul virus diventato buono, mi giustifichino i focolai in giro per l’Italia. Mi giustifichino i pazienti che in questo momento a Tor Vergata hanno purtroppo una ventilazione meccanica venendo dal focolaio del San Raffaele. Dobbiamo distinguere tra la coda di un’epidemia, con casi di minore gravità perché quelli che dovevano andar male sono già andati male, e la continua volontà di andare a dire in giro che il virus è diventato buono è una grossolana sciocchezza».
«Sfatiamo il mito che gli asintomatici ci siano solo ora - ha sottolineato Galli - c’erano anche all’inizio. Su 100 casi, quelli gravi sono 10, forse anche meno. Non stravolgiamo i criteri dell’epidemiologia per favore. Trovo demenziale e irresponsabile dire che il virus si sia rabbonito: è smentito dai nuovi focolai, da quello che succede in Germania, in Cina, in Brasile. Nella compagine di coloro che sostengono certe posizioni temo ci siano molti neofiti. Bisogna parlare sulla base di dati, non sulla base di opinioni. Sono veramente stanco di dover contrastare posizioni di colleghi basate su impressioni e non su numeri».
Una posizione che si contrappone nettamente all’idea di fondo che emerge dal manifesto firmato da Alberto Zangrillo, Matteo Bassetti, Arnaldo Caruso, Massimo Clementi, Luciano Gattinoni, Donato Greco, Luca Lorini, Giorgio Palù, Giuseppe Remuzzi e Roberto Rigoldi. Una sorta di cordata di scienziati che si sono schierati contro le tesi dei colleghi più prudenti. La risposta di Silvio Brusaferro, Franco Locatelli, Giuseppe Ippolito e Giovanni Rezza, membri del comitato tecnico-scientifico che sta supportando il Governo, è stata netta: il virus c’è ancora e non è diventato meno aggressivo.
Sembra quindi non esserci ancora un accordo tra le voci degli esperti, mentre il mondo dei bar, dei ristoranti e degli alberghi è sempre più fiducioso che l’emergenza si possa considerare terminata e che si possano allentare le restrizioni che tanto stanno condizionando la ripresa delle attività. Segnali incoraggianti sono arrivati nei giorni scorsi ad esempio da Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs, che aveva affermato come i nuovi infetti non siano più contagiosi richiamando il Governo ad una corretta informazione; da Alberto Zangrillo, direttore delle Unità di anestesia e rianimazione generale e cardio-toraco-vascolare dell'ospedale San Raffaele di Milano, che ha ipotizzato lo stop alle mascherine all’aperto entro fine mese; ma anche dai ricercatori della Fondazione Bruno Kessler di Trento, che hanno affermato che gli under 60 sono principalmente asintomatici.

