“Adda passà 'a nuttata”. Napoli dice no alla psicosi da virus
Il coronavirus non si è ancora diffuso, ma la gente inizia a prepararsi perché è verosimile che arriverà anche lì. Le pizzerie intanto lavorano bene, il turismo invece cala soprattutto verso la Penisola Sorrentina
Il traffico di stamane inusualmente scorrevole in centro città a Napoli è cagionato dal provvedimento di chiusura di tutte le scuole e università della Campania in vigore fino a sabato. Provvedimento che da comunale, ovvero riguardante la sola città di Napoli e giustificato con l’esigenza di fare un’operazione straordinaria di igienizzazione dei plessi scolastici ed accademici, è divenuto regionale dopo i due casi di contagio confermati che portano a tre il numero degli affetti da coronavirus in Campania.

Genera maggiore allarme, sia in città che nella vicina Penisola Sorrentina, il fenomeno delle disdette da parte del turismo organizzato. Allarme si diceva e non psicosi, almeno al momento. La sensazione comune è che nel breve il peggio debba ancora venire, nel senso che è purtroppo ragionevolmente prevedibile un aumento delle persone contagiate e quindi un incremento di restrizioni sia imposte d’autorità e sia frutto di acquisita consapevolezza di adottare per quanto possibile precauzioni efficaci che di certo contemplano un minor tempo da trascorrere outdoor.
La ristorazione, e con essa tutto il settore Horeca dell’area napoletana, è come se stesse prendendo a prestito dal grande Eduardo la celebre battuta finale della commedia “Napoli milionaria”: “Adda passà 'a nuttata” ad intendere che si è consapevoli dell’incipiente periodo buio ma si è altrettanto consapevoli che nuova alba ci sarà.
In questi giorni si sta vivendo un momento diaframmatico e per un “peggio” che deve venire già si prospetta nel medio tempo, che si auspica possa coincidere con il periodo pasquale, un ritorno alla normalità, con il coronavirus che resta solo uno spiacevole quanto drammatico e doloroso episodio. Tra l’altro per una città che negli ultimi 50 anni ha vissuto il flagello del colera (1973) ed il dramma del terremoto (1980) e che da sempre convive con il cosiddetto “rischio Vesuvio” (vulcano dormiente ma non “spento”) non è che il coronavirus possa alla fin fine spaventare più di tanto.

L'obiettivo di Napoli è affrontare un'eventuale emergenza senza farsi prendere dalla psicosi
Lo scenario cittadino, lungi dall’essere spettrale, fotografa la sensazione attuale che è di allarme ma non di psicosi. Pizzerie, quelle più famose, sempre affollate dai turisti ancora numerosi in città, e dai napoletani che vivono la pizza come comfort food a pranzo e come irrinunciabile piacere edonistico e di aggregazione conviviale a cena. I ristoranti stanno avvertendo segnali di decremento di clientela che però, considerando il periodo quaresimale, sono comunque prevedibili e giustificabili. Significativo il lieve incremento di quello che sarebbe comunque, a prescindere dalla spiacevole contingenza attuale, un fenomeno in crescita: la consegna a domicilio.Genera maggiore allarme, sia in città che nella vicina Penisola Sorrentina, il fenomeno delle disdette da parte del turismo organizzato. Allarme si diceva e non psicosi, almeno al momento. La sensazione comune è che nel breve il peggio debba ancora venire, nel senso che è purtroppo ragionevolmente prevedibile un aumento delle persone contagiate e quindi un incremento di restrizioni sia imposte d’autorità e sia frutto di acquisita consapevolezza di adottare per quanto possibile precauzioni efficaci che di certo contemplano un minor tempo da trascorrere outdoor.
La ristorazione, e con essa tutto il settore Horeca dell’area napoletana, è come se stesse prendendo a prestito dal grande Eduardo la celebre battuta finale della commedia “Napoli milionaria”: “Adda passà 'a nuttata” ad intendere che si è consapevoli dell’incipiente periodo buio ma si è altrettanto consapevoli che nuova alba ci sarà.
In questi giorni si sta vivendo un momento diaframmatico e per un “peggio” che deve venire già si prospetta nel medio tempo, che si auspica possa coincidere con il periodo pasquale, un ritorno alla normalità, con il coronavirus che resta solo uno spiacevole quanto drammatico e doloroso episodio. Tra l’altro per una città che negli ultimi 50 anni ha vissuto il flagello del colera (1973) ed il dramma del terremoto (1980) e che da sempre convive con il cosiddetto “rischio Vesuvio” (vulcano dormiente ma non “spento”) non è che il coronavirus possa alla fin fine spaventare più di tanto.


