La classica ordinanza all’italiana. Lombardi a casa alle 23, anzi no
Cosa succede se ci si trova a cena in un ristorante lombardo a ridosso delle 23? I locali hanno l’obbligo di chiudere a quell'ora, ai clienti dovrebbe bastare lo scontrino come giustificazione,
In Lombardia scatta il coprifuoco. Tutti a casa dalle 23 alle 5 per contenere l’evoluzione dei contagi da covid che nelle ultime settimane sono esplosi. Bene, sembra tutto abbastanza semplice da comprendere e da mettere in atto. Tuttavia, poco dopo la firma dell’ordinanza da parte del presidente Attilio Fontana, sono scattati i “ma se” dei cittadini e dei lavoratori che vanno alla caccia di chiarimenti spulciando l’ordinanza, come sempre scritta in burocratese invece che in un italiano semplice e immediato. Un linguaggio che rispecchiava anche un modo di pensare contorto e confusionario il quale aveva gettato nel panico il mondo del vino, inserito nel divieto di somministrazione di alcolici dopo le 18 in qualunque tipo di attività (supermercati compresi). Dopo un confronto serrato con le associazioni di categoria, Regione Lombardia ha annullato l'ordinanza consentendo l'acquisto di alcolici anche dopo le 18.

Tornando al coprifuoco e alle indicazioni poco chiare, viene da chiedersi: se sono a cena al ristorante, devo pensare a priori a cosa ordinare per finire puntuale il dolce e rientrare per le 23 spaccate senza salire in macchina col boccone in bocca? La risposta è sì, ma con riserva. L’ordinanza, da un punto di vista tecnico, impone la chiusura di ogni attività alle 23, ma non obbliga tutti ad essere nella propria abitazione alle 23. Si concede infatti ai cittadini un margine di tempo per far rientro nella propria abitazione anche se le 23 sono già scattate. Fonti interne alla presidenza fanno sapere che basterà lo scontrino rilasciato al momento del pagamento nel locale per testimoniare il tragitto previsto. Non esiste un margine di tolleranza sull’orario, ma è chiaro che subentrerà il sacrosanto principio del buonsenso: essere beccati per strada alle 2 di notte non solleverà nessuno dalla responsabilità e non ci sarà autocertificazione in grado di giustificare il mancato rientro nel domicilio.
Per i ristoranti e i bar che avranno la possibilità di effettuare servizio al tavolo (quelli senza devono chiudere alle 18) è tutto sommato una buona notizia anche se si accorcia di un’ora il tempo di apertura e di certo la parola coprifuoco incuterà timore agli italiani, già restii all’uscire con spensieratezza per le situazioni non essenziali. Viene da chiedersi però quanto questo margine di “rientro a casa” influirà sul controllo della movida. Quanti useranno il “rientro a casa” ad ora tarda come scusa? Siamo italiani sia nel fare le leggi che nel cercare di non rispettarle e allora è lecito pensare che saranno in molti a farlo. Ecco perché saranno più che mai necessari controlli e soprattutto sanzioni che supportino l’ordinanza scritta: se l’idea è di dare segnali forti alla gente, che si vada fino in fondo.
Un appello alle amministrazioni locali, alle forze dell’ordine, ma - come sempre - anche ai cittadini chiamati ad una responsabilità civica che per una volta cancelli quella tentazione di trovare escamotage per aggirare la legge. A chi gioverebbe? Al virus.
Sospiro di sollievo per gli addetti ai lavori del mondo Horeca. «Si tratta di una importante conquista della nostra Confcommercio Lombarda - ha detto Federico Gordini, presidente di Milano Wine Week e presidente dei Giovani Imprenditori di Confcommercio della Lombardia - che, oltre alla cancellazione del provvedimento sull’asporto, ha evitato la chiusura delle medie superfici di vendita nel weekend (avrebbe portato alla serrata di luoghi come Corso Vittorio Emanuele, Corso Buenos Aires - che, per citare un esempio, da solo da’ lavoro a più di 1300 addetti, Via Dante, Corso Vercelli, Via Torino e altre con le ricadute ben immaginabili sul mondo della somministrazione) e portato all’indicazione delle 23 come orario di uscita massimo da ristoranti e locali per fare ritorno al proprio domicilio (in precedenza era indicato l’orario delle 23 come il tassativo per il rientro a domicilio, il che in molti casi avrebbe portato alla necessità della chiusura del servizio tra le 22 e le 22.30)».

Un piccolo risvolto positivo che non cancella comunque la preoccupazione per ciò che il settore lascerà necessariamente per strada. «Nella sola città di Milano - ha spiegato Gordini - ci sono oltre 9mila attività di somministrazione: la chiusura delle attività dalle 23 alle 5 di mattina porta una perdita stimata di oltre 41 milioni al mese. Credo sia fondamentale ricordare che parliamo di imprese che nella quasi totalità dei casi hanno adeguato la loro attività alle norme in vigore, molto più di quanto abbiano fatto il trasporto pubblico e gli uffici della pubblica amministrazione. Lo Stato deve garantire la possibilità di lavorare intervenendo in maniera severissima nelle situazioni in cui le regole non vengono rispettate, non contribuire alla distruzione completa di un tessuto produttivo e occupazionale senza curarsi con misure adeguate dei danni economici e sociali derivanti da provvedimenti di scarsa efficacia. Affrontare e gestire questa emergenza parte da comportamenti individuali, non da editti pilateschi».

Coprifuoco alle 23, ma si potrà rientrare a casa più tardi
Tornando al coprifuoco e alle indicazioni poco chiare, viene da chiedersi: se sono a cena al ristorante, devo pensare a priori a cosa ordinare per finire puntuale il dolce e rientrare per le 23 spaccate senza salire in macchina col boccone in bocca? La risposta è sì, ma con riserva. L’ordinanza, da un punto di vista tecnico, impone la chiusura di ogni attività alle 23, ma non obbliga tutti ad essere nella propria abitazione alle 23. Si concede infatti ai cittadini un margine di tempo per far rientro nella propria abitazione anche se le 23 sono già scattate. Fonti interne alla presidenza fanno sapere che basterà lo scontrino rilasciato al momento del pagamento nel locale per testimoniare il tragitto previsto. Non esiste un margine di tolleranza sull’orario, ma è chiaro che subentrerà il sacrosanto principio del buonsenso: essere beccati per strada alle 2 di notte non solleverà nessuno dalla responsabilità e non ci sarà autocertificazione in grado di giustificare il mancato rientro nel domicilio.
Per i ristoranti e i bar che avranno la possibilità di effettuare servizio al tavolo (quelli senza devono chiudere alle 18) è tutto sommato una buona notizia anche se si accorcia di un’ora il tempo di apertura e di certo la parola coprifuoco incuterà timore agli italiani, già restii all’uscire con spensieratezza per le situazioni non essenziali. Viene da chiedersi però quanto questo margine di “rientro a casa” influirà sul controllo della movida. Quanti useranno il “rientro a casa” ad ora tarda come scusa? Siamo italiani sia nel fare le leggi che nel cercare di non rispettarle e allora è lecito pensare che saranno in molti a farlo. Ecco perché saranno più che mai necessari controlli e soprattutto sanzioni che supportino l’ordinanza scritta: se l’idea è di dare segnali forti alla gente, che si vada fino in fondo.
Un appello alle amministrazioni locali, alle forze dell’ordine, ma - come sempre - anche ai cittadini chiamati ad una responsabilità civica che per una volta cancelli quella tentazione di trovare escamotage per aggirare la legge. A chi gioverebbe? Al virus.
Sospiro di sollievo per gli addetti ai lavori del mondo Horeca. «Si tratta di una importante conquista della nostra Confcommercio Lombarda - ha detto Federico Gordini, presidente di Milano Wine Week e presidente dei Giovani Imprenditori di Confcommercio della Lombardia - che, oltre alla cancellazione del provvedimento sull’asporto, ha evitato la chiusura delle medie superfici di vendita nel weekend (avrebbe portato alla serrata di luoghi come Corso Vittorio Emanuele, Corso Buenos Aires - che, per citare un esempio, da solo da’ lavoro a più di 1300 addetti, Via Dante, Corso Vercelli, Via Torino e altre con le ricadute ben immaginabili sul mondo della somministrazione) e portato all’indicazione delle 23 come orario di uscita massimo da ristoranti e locali per fare ritorno al proprio domicilio (in precedenza era indicato l’orario delle 23 come il tassativo per il rientro a domicilio, il che in molti casi avrebbe portato alla necessità della chiusura del servizio tra le 22 e le 22.30)».

Federico Gordini
Un piccolo risvolto positivo che non cancella comunque la preoccupazione per ciò che il settore lascerà necessariamente per strada. «Nella sola città di Milano - ha spiegato Gordini - ci sono oltre 9mila attività di somministrazione: la chiusura delle attività dalle 23 alle 5 di mattina porta una perdita stimata di oltre 41 milioni al mese. Credo sia fondamentale ricordare che parliamo di imprese che nella quasi totalità dei casi hanno adeguato la loro attività alle norme in vigore, molto più di quanto abbiano fatto il trasporto pubblico e gli uffici della pubblica amministrazione. Lo Stato deve garantire la possibilità di lavorare intervenendo in maniera severissima nelle situazioni in cui le regole non vengono rispettate, non contribuire alla distruzione completa di un tessuto produttivo e occupazionale senza curarsi con misure adeguate dei danni economici e sociali derivanti da provvedimenti di scarsa efficacia. Affrontare e gestire questa emergenza parte da comportamenti individuali, non da editti pilateschi».


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