Federalimentare, numeri record «Ma per crescere serve la politica»
L'industria alimentare del food & beverage è la seconda manifattura del Paese con 58 mila imprese, un fatturato di 140 miliardi di euro di cui quasi 35 derivanti dall'export,
È questo il quadro positivo emerso dal "Rapporto sull'industria alimentare in Italia" stilato dalla Luiss Business School e presentato a Roma al Tempio di Adriano nel corso del primo convegno di "Federalimentare, industria alimentare cuore del made in Italy". Erano presenti, insieme al presidente di Federalimentare Ivano Vacondio e ai principali industriali del settore, il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, il ministro delle Politiche Agricole Gian Marco Centinaio, i rappresentanti del Parlamento europeo, Antonio Tajani e Paolo De Castro e parlamentari della Camera e del Senato.

«Questi numeri importanti siamo noi - ha detto Ivano Vacondio - e dimostrano un miracolo tutto italiano: quello del saper fare delle nostre aziende, dai top player alle Pmi che, con un know how unico al mondo, trasformano le materie prime italiane e straniere in un prodotto apprezzato nei mercati internazionali. Negli ultimi dieci anni le nostre performance sono scresciute dell'82%, ma ci siamo posti l'obiettivo di crescere ancora e, per farlo, è necessaria l'interazione tra il sistema delle imprese e le istituzioni. Alla politica chiediamo di mettere in atto azioni volte a valorizzare i nostri prodotti, specialmente di fronte ad uno scenario difficile, tra la Brexit e i dazi Usa. Solo così l'industria alimentare potrà diventare un player con un ruolo di leader internazionale della qualità».
Secondo il rapporto illustrato da Matteo Caroli della Luiss, il settore è il secondo in assoluto in Italia per numero di imprese (56.750, di cui 53.360 cibo e 3.390 bevande) dopo quello della fabbricazione di prodotti in metallo. Nel contesto europeo è il secondo player dopo la Francia per numero di imprese, il terzo dopo Francia e Germania per numero di occupati e, per valore aggiunto generato, è il quinto dopo Francia, Germania, Regno Unito e Spagna. A dominare però sono le imprese micro e piccole (98%) dislocate soprattutto al Sud , seguite dalle medie e grandi. «È la frammentarietà delle imprese (solo l'1% ha più di 250 dipendenti) una delle principali criticità - ha sottolineato Vacondio - perché dovrebbero presentarsi sui mercati esteri come un sistema produttivo compatto e portatore di valori n unitari, non come un agglomerato di brand differenti».
Da notare che le performance maggiori non vengono dalle grandi imprese ma da quelle medie anche se le sole prime 100 aziende in termini di grandezza sviluppano un fatturato di 41 mld di euro (il 30% del settore). Tra i volani dell'alimentare italiano si conferma, con circa 200mila imprese e ben 822 denominazioni Dop, Igp e Stg (3.000 in tutto il mondo), la cosiddetta Dop Economy che vede nelle produzioni agroalimentari e vitivinicole un valore di 15 mld alla produzione e 8,8 all'export e una crescita rilevante nei mercati extra UE.
«Abbiamo cercato di esservi vicini in tante battaglie e continueremo a vigilare nella prossima legislatura sulla riforma della Pac - ha detto il presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, in apertura del convegno - con una disponibilità di fondi per promuovere i prodotti agricoli e di qualità a sostegno della nuova politica commerciale che punta a rafforzare il prodotto fuori dai confini europei».
Per il ministro Gian Marco Centinaio l'industria alimentare di trasformazione non deve essere la controparte del mondo agricolo poiché sono due mondi che devono dialogare. «Già a dicembre - ha detto - abbiamo ottenuto risultati con il progetto dei tavoli di filiera, cominciando dal grano e dalla pasta, proseguendo poi durante la crisi del latte ovino in Sardegna. Abbiamo visto giusto anche abbinando l'agroalimentare al turismo perché il prestigio del nostro agroalimentare spinge al viaggio. È il momento di fare sistema, ed è questo il nostro appello di oggi, perché ora ci sono le opportunità giuste».
La competitività del comparto alimentare italiano è centrata sulla superiore qualità della sua offerta, secondo il Rapporto Luiss. È una qualità "organica" perché risultato di componenti tra loro interdipendenti: prodotto, impresa e territorio a cui si aggiungono due fattori generali: il consumatore e il sistema Paese. Nei mercati per la qualità si è disposti a pagare un prezzo superiore dei prodotti concorrenti ma nonostante questo le nostre produzioni devono affrontare pressioni competitive su due fronti. Dal basso, per l'offerta di attori di grandissime dimensioni con forte vantaggio di produttività e costi, in grado di collocare sul mercato prodotti di standard comunque accettabili, ma con prezzi inferiori. In secondo luogo, le pressioni sono sulla stessa fascia di mercato, per altre grandi imprese internazionali che attuano una strategia di differenziazione, sfruttando elevate capacità di comunicazione e distribuzione e riuscendo comunque a contenere i costi. «È innegabile - ha detto ancora Vacondio - che il made in Italy sia un grande valore e a renderlo tale contribuiscono anche le grandi multinazionali che hanno investito nel nostro Paese. Ma deve aiutarci la politica. Vorremmo essere al centro del Paese per quel che riguarda la crescita e gli investimenti. Ma con 70 mld di interessi sul debito pubblico mancano le risorse».
Sull'origine della materia prima il presidente di Federalimentare ha precisato la necessità di importarla se non basta quella nazionale sostenendo che la qualità finale del prodotto è soprattutto un merito imprenditoriale. Per il bene del Paese, inoltre, dovrebbe essere scongiurato l'aumento dell'Iva che avrebbe una ricaduta sulle differenze sociali. Auspicato anche un accordo sulla piattaforma presentata dai sindacati, giudicata troppo onerosa per le imprese. Una tavola rotonda, moderata dal giornalista Nicola Porro, si è svolta nell'ambito dell'incontro con Paolo De Castro, vice presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo, Gianni Pietro Girotto presidente della Commissione Industria, Commercio e Turismo del Senato, e Raffaele Nevi della Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati.
Emersa nel dibattito la necessità di incrementare la produzione e quindi l'occupazione e l'export, soprattutto verso i mercati lontani che offrono migliori opportunità, con un'Europa forte in grado di interloquire con i giganti del mondo. Per il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, che ha concluso gli "Stati Generali" di Federalimentare, i fattori produttivi e il mondo del lavoro devono essere sostenuti da interventi organici di politica fiscale e reperite risorse in grado di allontanare la prospettiva di un aumento dell'Iva. «La nostra industria alimentare - ha detto - è un fiore all'occhiello dell'intero apparato produttivo nazionale con una proiezione sui mercati internazionali che continua a crescere nonostante le difficoltà congiunturali che stiamo vivendo. La percezione dell'Italia nel mondo è più forte di quella che abbiamo noi stessi».

«Questi numeri importanti siamo noi - ha detto Ivano Vacondio - e dimostrano un miracolo tutto italiano: quello del saper fare delle nostre aziende, dai top player alle Pmi che, con un know how unico al mondo, trasformano le materie prime italiane e straniere in un prodotto apprezzato nei mercati internazionali. Negli ultimi dieci anni le nostre performance sono scresciute dell'82%, ma ci siamo posti l'obiettivo di crescere ancora e, per farlo, è necessaria l'interazione tra il sistema delle imprese e le istituzioni. Alla politica chiediamo di mettere in atto azioni volte a valorizzare i nostri prodotti, specialmente di fronte ad uno scenario difficile, tra la Brexit e i dazi Usa. Solo così l'industria alimentare potrà diventare un player con un ruolo di leader internazionale della qualità».
Ivano Vacondio
Secondo il rapporto illustrato da Matteo Caroli della Luiss, il settore è il secondo in assoluto in Italia per numero di imprese (56.750, di cui 53.360 cibo e 3.390 bevande) dopo quello della fabbricazione di prodotti in metallo. Nel contesto europeo è il secondo player dopo la Francia per numero di imprese, il terzo dopo Francia e Germania per numero di occupati e, per valore aggiunto generato, è il quinto dopo Francia, Germania, Regno Unito e Spagna. A dominare però sono le imprese micro e piccole (98%) dislocate soprattutto al Sud , seguite dalle medie e grandi. «È la frammentarietà delle imprese (solo l'1% ha più di 250 dipendenti) una delle principali criticità - ha sottolineato Vacondio - perché dovrebbero presentarsi sui mercati esteri come un sistema produttivo compatto e portatore di valori n unitari, non come un agglomerato di brand differenti».
Matteo Caroli, Raffaele Nevi, Ivano Vacondio, Vincenzo Boccia, Paolo De Castro e Gianni Pietro Girotto
Da notare che le performance maggiori non vengono dalle grandi imprese ma da quelle medie anche se le sole prime 100 aziende in termini di grandezza sviluppano un fatturato di 41 mld di euro (il 30% del settore). Tra i volani dell'alimentare italiano si conferma, con circa 200mila imprese e ben 822 denominazioni Dop, Igp e Stg (3.000 in tutto il mondo), la cosiddetta Dop Economy che vede nelle produzioni agroalimentari e vitivinicole un valore di 15 mld alla produzione e 8,8 all'export e una crescita rilevante nei mercati extra UE.
«Abbiamo cercato di esservi vicini in tante battaglie e continueremo a vigilare nella prossima legislatura sulla riforma della Pac - ha detto il presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, in apertura del convegno - con una disponibilità di fondi per promuovere i prodotti agricoli e di qualità a sostegno della nuova politica commerciale che punta a rafforzare il prodotto fuori dai confini europei».
Per il ministro Gian Marco Centinaio l'industria alimentare di trasformazione non deve essere la controparte del mondo agricolo poiché sono due mondi che devono dialogare. «Già a dicembre - ha detto - abbiamo ottenuto risultati con il progetto dei tavoli di filiera, cominciando dal grano e dalla pasta, proseguendo poi durante la crisi del latte ovino in Sardegna. Abbiamo visto giusto anche abbinando l'agroalimentare al turismo perché il prestigio del nostro agroalimentare spinge al viaggio. È il momento di fare sistema, ed è questo il nostro appello di oggi, perché ora ci sono le opportunità giuste».
La competitività del comparto alimentare italiano è centrata sulla superiore qualità della sua offerta, secondo il Rapporto Luiss. È una qualità "organica" perché risultato di componenti tra loro interdipendenti: prodotto, impresa e territorio a cui si aggiungono due fattori generali: il consumatore e il sistema Paese. Nei mercati per la qualità si è disposti a pagare un prezzo superiore dei prodotti concorrenti ma nonostante questo le nostre produzioni devono affrontare pressioni competitive su due fronti. Dal basso, per l'offerta di attori di grandissime dimensioni con forte vantaggio di produttività e costi, in grado di collocare sul mercato prodotti di standard comunque accettabili, ma con prezzi inferiori. In secondo luogo, le pressioni sono sulla stessa fascia di mercato, per altre grandi imprese internazionali che attuano una strategia di differenziazione, sfruttando elevate capacità di comunicazione e distribuzione e riuscendo comunque a contenere i costi. «È innegabile - ha detto ancora Vacondio - che il made in Italy sia un grande valore e a renderlo tale contribuiscono anche le grandi multinazionali che hanno investito nel nostro Paese. Ma deve aiutarci la politica. Vorremmo essere al centro del Paese per quel che riguarda la crescita e gli investimenti. Ma con 70 mld di interessi sul debito pubblico mancano le risorse».
Sull'origine della materia prima il presidente di Federalimentare ha precisato la necessità di importarla se non basta quella nazionale sostenendo che la qualità finale del prodotto è soprattutto un merito imprenditoriale. Per il bene del Paese, inoltre, dovrebbe essere scongiurato l'aumento dell'Iva che avrebbe una ricaduta sulle differenze sociali. Auspicato anche un accordo sulla piattaforma presentata dai sindacati, giudicata troppo onerosa per le imprese. Una tavola rotonda, moderata dal giornalista Nicola Porro, si è svolta nell'ambito dell'incontro con Paolo De Castro, vice presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento Europeo, Gianni Pietro Girotto presidente della Commissione Industria, Commercio e Turismo del Senato, e Raffaele Nevi della Commissione Agricoltura della Camera dei Deputati.
Emersa nel dibattito la necessità di incrementare la produzione e quindi l'occupazione e l'export, soprattutto verso i mercati lontani che offrono migliori opportunità, con un'Europa forte in grado di interloquire con i giganti del mondo. Per il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, che ha concluso gli "Stati Generali" di Federalimentare, i fattori produttivi e il mondo del lavoro devono essere sostenuti da interventi organici di politica fiscale e reperite risorse in grado di allontanare la prospettiva di un aumento dell'Iva. «La nostra industria alimentare - ha detto - è un fiore all'occhiello dell'intero apparato produttivo nazionale con una proiezione sui mercati internazionali che continua a crescere nonostante le difficoltà congiunturali che stiamo vivendo. La percezione dell'Italia nel mondo è più forte di quella che abbiamo noi stessi».


