Ristoratori verso nuove frontiere. Quando il menu è fatto con cibo avanzato
Non avrei mai detto che, dopo vegani, biodinamici, onnivori e altre tribù del cibo, un giorno avrei incontrato un “climatarian”. Nonostante il mio buon inglese non capivo che nesso ci fosse tra clima e ristorazione
La mia guida, un moderno Caronte del Meteo mi ha spiegato come lui ormai da anni sia abituato a scegliere il cibo in base all'impatto ambientale. Certo immagino uno chef alle prese con la carbon tax o che insieme al sale valuti anche il consumo di benzina e di suolo di una cotoletta. Calcoli non facili, ma questa è una visione sempre più di moda nei Paesi anglosassoni e del Nord Europa.

Secondo la mia guida, ad esempio la carne in generale ha una “carbon footprint” ovvero una impronta ecologica, maggiore della frutta e della verdure a causa del metano prodotto dagli animali e dagli allevamenti in generale, il climatarian mangia i torsoli delle mele e le croste dei formaggi, non butta via nulla e a tal proposito a Copenhagen un grande chef pratica il “foraging” cioè la raccolta di cibo spontaneo; il climatarian è attento anche ai contenitori che usa per il cibo e all'acqua che beve.
Ma l'ultima frontiera del nostro modo di alimentarci l'ha ideata un ingegnere ambientale portoghese che ha creato una fondazione per recuperare il cibo sprecato, che da noi a dire il vero dopo Expo 2015 se ne sono un po' perse le tracce (di quelle buone pratiche). Fruta Feia, in Portogallo, vende a prezzi bassi frutta e verdura scartate dai mercati magari per le sue forme o perché toccate dal maltempo. In Gran Bretagna, nel villaggio di Asheville è nata Foodtopia, una comunità di chef, contadini e artigiani che lavorano e producono solo alimenti del loro piccolo territorio.
Vedremo quindi la nascita degli ecochef dediti a prepararci un piatto di scorza di formaggio su crema di scarole vintage e pane raffermo. Ormai la ristorazione è un po' come l'Astronave Enterprise, alla ricerca di nuovi mondi e nuove galassie, dove il ponte di comando è la cucina e se un fornitore si permette di consegnarti merce fresca tu hai tutto il diritto di denunciarlo alla autority del cibo.

Secondo la mia guida, ad esempio la carne in generale ha una “carbon footprint” ovvero una impronta ecologica, maggiore della frutta e della verdure a causa del metano prodotto dagli animali e dagli allevamenti in generale, il climatarian mangia i torsoli delle mele e le croste dei formaggi, non butta via nulla e a tal proposito a Copenhagen un grande chef pratica il “foraging” cioè la raccolta di cibo spontaneo; il climatarian è attento anche ai contenitori che usa per il cibo e all'acqua che beve.
Ma l'ultima frontiera del nostro modo di alimentarci l'ha ideata un ingegnere ambientale portoghese che ha creato una fondazione per recuperare il cibo sprecato, che da noi a dire il vero dopo Expo 2015 se ne sono un po' perse le tracce (di quelle buone pratiche). Fruta Feia, in Portogallo, vende a prezzi bassi frutta e verdura scartate dai mercati magari per le sue forme o perché toccate dal maltempo. In Gran Bretagna, nel villaggio di Asheville è nata Foodtopia, una comunità di chef, contadini e artigiani che lavorano e producono solo alimenti del loro piccolo territorio.
Vedremo quindi la nascita degli ecochef dediti a prepararci un piatto di scorza di formaggio su crema di scarole vintage e pane raffermo. Ormai la ristorazione è un po' come l'Astronave Enterprise, alla ricerca di nuovi mondi e nuove galassie, dove il ponte di comando è la cucina e se un fornitore si permette di consegnarti merce fresca tu hai tutto il diritto di denunciarlo alla autority del cibo.


