#NonSprecoProteggo. Cibo più “umano” per un futuro migliore
Se diciamo che “l’uomo è ciò che mangia” non affermiamo niente di nuovo, ma prendiamo semplicemente spunto dal bavarese Ludwig Feuerbach e dal suo materialismo radicale, incamminandoci per un sentiero già battuto
“Possiamo diventare ciò che sprechiamo” è già un passetto in più perché ci aiuta a riflettere sul rapporto fra noi e gli “oggetti”, quel che è al di fuori della nostra sfera personale, che ci condiziona e che possiamo condizionare. Un tema appassionante, che nel corso della kermesse milanese “Milano Food City 2018” è stato affrontato dall’associazione Gifasp, del Gruppo Assografici, promotrice del progetto #NonSprecoProteggo. Con esso si punta ad affrontare il tema della sostenibilità in relazione al packaging, a partire dal filo conduttore “Cultura della protezione e della sostenibilità” e quindi dalla particolare declinazione individuata da Gifasp, la prevenzione dello spreco alimentare.

In questo contesto l’associazione ha organizzato all’Anteo Palazzo del Cinema di Milano, la conversazione #NonSprecoProteggo, alla presenza della sua ex presidente Fulvia Lo Duca (gruppo Cartotecnico Abar Litofarma). L’incontro, animato dall’esperto di digital marketing Fabrizio Bellavista, ha visto la partecipazione di opinion leader, blogger e giornalisti, impegnati a visionare e a commentare tre scene tratte da “La grande abbuffata”, capolavoro del cinema di Marco Ferreri uscito nel 1973, magistralmente interpretato da Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni, Philippe Noiret e Michel Piccoli.
Guidati dal giovane critico cinematografico Luca Cardone, i presenti hanno riflettuto sull’impossibile neutralità del cibo, da sempre veicolo di significati fondamentali come fratellanza e comunità, che negli spezzoni del regista milanese si ribaltano in competizione e solitudine. Ognuno è solo con sé stesso, l’unica compagnia possibile è la “fame” fatale dell’uomo/animale; ognuno desidera isolarsi di fronte al suo pezzo di carne, per lasciarsi consapevolmente alle spalle ogni senso della misura, diventare inconsapevole e annientarsi di cibo.
Sarà allora questa la metafora perfetta in cui può rispecchiarsi un gigantesco formicaio umano, che nel 2050 arriverà a contare dieci miliardi d’individui e si permette di sprecare ogni anno, nella sola Italia, qualcosa come 13 miliardi di euro in alimenti (rapporto Waste Watcher 2015)? O è magari l’annuncio in forma paradossale della risignificazione ultima del cibo, da propiziatore della vita a distributore della morte?
Queste domande colossali ormai se le pongono in molti ai livelli più diversi, non solo blogger ed esperti di cinema ma dietologi, oncologi, amministratori pubblici, cittadini preoccupati dalle difficoltà nella gestione dei rifiuti, casalinghe alle prese con una bilancia accusatrice. Negli anni 2015-2018 l’intenzione di Gifasp è stata quella di elaborare qualche risposta provvisoria attraverso premiazioni nelle scuole, inchieste fra i più giovani, dibattiti su etica e cibo, convegni sul ruolo del packaging nella lotta agli sprechi alimentari, laboratori educativi, concorsi fotografici e altro ancora. Evidentemente, il progetto #NonSprecoProteggo non è che la prosecuzione di tutto ciò, anche mediante il rilancio della consapevolezza dei gesti quotidiani: sigillare i sacchetti che contengono alimenti, chiudere bene i rubinetti, proteggere i cibi all’interno dei frigoriferi, fare attenzione alle scadenze.
In questo quadro di serietà quasi drammatica opinion leader, giornalisti e blogger partecipanti all’incontro hanno potuto apprezzare, grazie a “La grande abbuffata”, la leggerezza di Marco Ferreri: l’artista, infatti, lascia tutte le porte aperte e sdrammatizza la morte in un quadro esagerato e grottesco di giocosità infantile, in cui il sesso domina e colora di sogno le ambientazioni più cupe e decadenti. Un non-maestro che predica la salvezza come scherzo e autoironia, che ci invita a non prendere sul serio le nostre manie di autodistruzione, perché saremo tutti salvati dall’inaspettato, dalla robusta positività di uno slancio vitale che non si fa imbrigliare da nessuna follia, neanche da quella annientatrice dello spreco.
Saremo più forti della forza irrazionale che ci vuole affogati dentro un cumulo di rifiuti, avremo ragione della bulimia, e della sua estensione a livello sociale, e ciò accadrà anche grazie allo sberleffo, allo sghignazzo e al loro potere dissacrante. L’artista-profeta Marco Ferreri c’incoraggia a non mollare, a fare di serissime proposte e progetti poliennali una narrazione non seriosa, che affascini le anime e coinvolga gli altri nel profondo delle loro energie positive.

In questo contesto l’associazione ha organizzato all’Anteo Palazzo del Cinema di Milano, la conversazione #NonSprecoProteggo, alla presenza della sua ex presidente Fulvia Lo Duca (gruppo Cartotecnico Abar Litofarma). L’incontro, animato dall’esperto di digital marketing Fabrizio Bellavista, ha visto la partecipazione di opinion leader, blogger e giornalisti, impegnati a visionare e a commentare tre scene tratte da “La grande abbuffata”, capolavoro del cinema di Marco Ferreri uscito nel 1973, magistralmente interpretato da Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni, Philippe Noiret e Michel Piccoli.
Guidati dal giovane critico cinematografico Luca Cardone, i presenti hanno riflettuto sull’impossibile neutralità del cibo, da sempre veicolo di significati fondamentali come fratellanza e comunità, che negli spezzoni del regista milanese si ribaltano in competizione e solitudine. Ognuno è solo con sé stesso, l’unica compagnia possibile è la “fame” fatale dell’uomo/animale; ognuno desidera isolarsi di fronte al suo pezzo di carne, per lasciarsi consapevolmente alle spalle ogni senso della misura, diventare inconsapevole e annientarsi di cibo.
Sarà allora questa la metafora perfetta in cui può rispecchiarsi un gigantesco formicaio umano, che nel 2050 arriverà a contare dieci miliardi d’individui e si permette di sprecare ogni anno, nella sola Italia, qualcosa come 13 miliardi di euro in alimenti (rapporto Waste Watcher 2015)? O è magari l’annuncio in forma paradossale della risignificazione ultima del cibo, da propiziatore della vita a distributore della morte?
Queste domande colossali ormai se le pongono in molti ai livelli più diversi, non solo blogger ed esperti di cinema ma dietologi, oncologi, amministratori pubblici, cittadini preoccupati dalle difficoltà nella gestione dei rifiuti, casalinghe alle prese con una bilancia accusatrice. Negli anni 2015-2018 l’intenzione di Gifasp è stata quella di elaborare qualche risposta provvisoria attraverso premiazioni nelle scuole, inchieste fra i più giovani, dibattiti su etica e cibo, convegni sul ruolo del packaging nella lotta agli sprechi alimentari, laboratori educativi, concorsi fotografici e altro ancora. Evidentemente, il progetto #NonSprecoProteggo non è che la prosecuzione di tutto ciò, anche mediante il rilancio della consapevolezza dei gesti quotidiani: sigillare i sacchetti che contengono alimenti, chiudere bene i rubinetti, proteggere i cibi all’interno dei frigoriferi, fare attenzione alle scadenze.
In questo quadro di serietà quasi drammatica opinion leader, giornalisti e blogger partecipanti all’incontro hanno potuto apprezzare, grazie a “La grande abbuffata”, la leggerezza di Marco Ferreri: l’artista, infatti, lascia tutte le porte aperte e sdrammatizza la morte in un quadro esagerato e grottesco di giocosità infantile, in cui il sesso domina e colora di sogno le ambientazioni più cupe e decadenti. Un non-maestro che predica la salvezza come scherzo e autoironia, che ci invita a non prendere sul serio le nostre manie di autodistruzione, perché saremo tutti salvati dall’inaspettato, dalla robusta positività di uno slancio vitale che non si fa imbrigliare da nessuna follia, neanche da quella annientatrice dello spreco.
Saremo più forti della forza irrazionale che ci vuole affogati dentro un cumulo di rifiuti, avremo ragione della bulimia, e della sua estensione a livello sociale, e ciò accadrà anche grazie allo sberleffo, allo sghignazzo e al loro potere dissacrante. L’artista-profeta Marco Ferreri c’incoraggia a non mollare, a fare di serissime proposte e progetti poliennali una narrazione non seriosa, che affascini le anime e coinvolga gli altri nel profondo delle loro energie positive.


