Si tratta del famoso ristorante nel West Village, uno dei più “in” di Manhattan, che si fregia pure di una stella Michelin. Tra abusi, bullismo sessuale, omertà e cinismo è il Corriere della Sera a portare in Italia la vicenda scoppiata negli States. Sì, perché là, a dire il vero, il caso è scoppiato lo scorso dicembre quando il socio di April, Ken Friedman, 59 anni, è stato travolto da un’ondata di denunce. Una routine praticamente quotidiana che ha visto tra le vittime cameriere, bariste, impiegate dei suoi ristoranti.

Ken Friedman e April Bloomfield (#Metoo travolge anche Ken Friedman  titolare di un ristorante stellato newyorkese)
Ken Friedman e April Bloomfield

Ma la vicenda è esplosa pochi giorni fa quando a parlare - dopo 10 mesi di riflessione - è stata la Bloomfield, 44 anni, nata a Birmingham in Gran Bretagna. Lo ha fatto al New York Times, accompagnata da sua moglie e da un’avvocata. Prima delle accuse, le ammissioni di una parte di “colpa”: «Ho abbandonato, ho deluso molte persone e tutto ciò lo sento sulle mie spalle».

Bloomfield arrivò a New York nel 2003, a 28 anni, mossa dalla voglia di sfondare nel mondo della cucina. Conobbe Ken Friedman e insieme fondarono “The Spotted pig”. Il successo fu travolgente: «Ero così ingenua, è incredibile quanto fossi ignorante all’epoca», ricorda April. Dopo l’avvio, la coppia lanciò altri 13 ristoranti, a New York, a Los Angeles e altrove. Ma nel rapporto tra April e Ken c’è qualcosa di molto sottile che non torna e che pesa a favore di Ken: «Sentivo - rivela April - che era lui ad avere tutte le carte del mazzo. Era in pieno controllo di ogni cosa e aveva una personalità così dominante che io pensavo che non sarei riuscita a sopravvivere se me ne fossi andata».

Bloomfield ammette che «conosceva i comportamenti inappropriati di Friedman, perché abbracciava e corteggiava le dipendenti». La chef sapeva anche della «famigerata stanza del terzo piano», dove il socio e i suoi amici organizzavano party a base di alcol e droghe. Nel suo racconto spiega che più volte ha provato a rimettere sulla retta via il socio, ma senza successo e ora riconosce di «aver fatto troppo poco», «anche se non sapevo nulla delle molestie, degli assalti sessuali, perché nessuna delle nostre collaboratrici è venuta mai a lamentarsi con me».