Il vegan secondo James Hansen. Un paradosso della società odierna
Con il recente annuncio della conversione veg del laburista Corbyn, lo scienziato James Hansen ripercorre le tappe del veganesimo, dalla sua origine etica alle sue odierne finalistà salutistiche
La recente ammissione del leader laburista Corbyn di voler passare al veganesimo ha sollevato inevitabilmente l'attenzione dei media, quindi la curiosità del pubblico. Altrettanto doveroso, quindi, è affrontare un iter che risalga alle radici del veganesimo nella società di oggi. A farlo è il climatologo e astrofisico James Hansen, che in una breve nota affronta il paradosso che si è venuto a creare nelle diverse sfaccettature assunte dal fenomeno veg dal 1944 ai nostri tempi.

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Il voto vegano - Il recente annuncio di Jeremy Corbyn, leader del partito Laburista inglese, di star “preparandosi” a diventare vegano ricorda il caso del ministro italiano dell’Ambiente che, in crisi di astinenza mediatica, ha convocato i giornalisti per dichiarare di essersi scoperto bisessuale.
L’evoluzione delle loro vite interne ha retto poco sui media mentre ci si domandava se la svolta avesse un significato. È sembrato di no e la questione è finita lì. Dei due casi, è l’abbraccio all’elettorato vegano il più interessante. Il fenomeno del vegetarianismo “spinto” - senza uova né prodotti del latte - è molto cresciuto negli ultimi anni. Secondi dati Eurispes, nebulosi, il 3% della popolazione italiana potrebbe essere vegano ormai, mentre altre stime più “lasche” arrivano perfino all’8%. Il fenomeno è forse giunto al punto di incidere sulla vita pubblica.
Quando è emerso in Inghilterra che la stampa dei nuovi biglietti di banca in plastica da cinque sterline impiegava una quantità minuta di sego (grasso animale) la protesta vegana è stata feroce. La Bank of England ha reagito magnificamente: “Non c’è problema, sostituiremo con l’olio di palma…”, una sostanza veganamente accettabile ma non molto popolare. Si è tornati poi, serenamente, al processo originale.
Il veganismo attuale nasce da un equivoco. In origine - il “credo” risale al 1944 - la motivazione era di tipo puramente etico/morale: il rifiuto dello sfruttamento dei nostri fratelli animali. Per l’ortodossia vegana, non era immaginabile l’aderente con le scarpe o la borsa di cuoio, né il consumo del miele e dei prodotti di cera d’api. La dieta non aveva finalità salutiste. Anzi, si accettavano di buon grado i prodotti sostitutivi derivanti dalla sintesi chimica come una sorta di costo della purezza morale. Non era di per sé una ricerca del “naturale”. Poi, strada facendo, la pratica si è incrociata con il più recente rifiuto
dell’industriale e del consumo di massa e la preoccupazione per la linea.
Oggi troviamo il paradosso che, mentre i vegani evitano carni e formaggi, i liquori forti vanno bene. Lo scotch Macallan e la vodka Absolut, essendo totalmente vegetali, sono “vegan friendly” - come in linea di principio il tabacco, per quanto molte sigarette industriali contengano additivi d’origine animale. Ma vanno bene le Winston: “vegane” non perché prodotte per esserlo, ma in quanto la manifattura non prevede materiali vietati - cosa vera anche della Coca Cola peraltro. È il tabacco più dei liquori che mette in imbarazzo il movimento. Si vorrebbe bandirlo, arzigogolando che “ecco, hanno fatto test sugli animali per dimostrare che fa male” - però, se vogliono, anche i più rigorosi vegani possono bere e fumare.
Possono anche votare, ed è lì che volevamo arrivare. Se - e come - voterebbero in blocco però è abbastanza un mistero. Il veganismo (almeno quello Usa) è prettamente borghese e fortemente femminile (79%). L’orientamento generico “progressista” è indubbio, come però anche l’attenzione ai temi “verdi”, che invece, visto l’aspetto anti-moderno, è spesso fondamentalmente conservatrice.
Potrebbe non importare molto. L’etichetta è sovente più un’aspirazione che una realtà. In una ricerca Usa dei nutrizionisti Ella Haddad e Jay Tanzman su 13mila vegetariani “dichiarati”, 2 su 3 hanno ammesso di avere consumato carne entro le precedenti 24 ore. Un’altro studio specificamente sui vegani dimostra che il 70% torna poi alle abitudini carnivore - meglio dei vegetariani semplici però, che cedono all’86%.
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James Hansen
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Il voto vegano - Il recente annuncio di Jeremy Corbyn, leader del partito Laburista inglese, di star “preparandosi” a diventare vegano ricorda il caso del ministro italiano dell’Ambiente che, in crisi di astinenza mediatica, ha convocato i giornalisti per dichiarare di essersi scoperto bisessuale.
L’evoluzione delle loro vite interne ha retto poco sui media mentre ci si domandava se la svolta avesse un significato. È sembrato di no e la questione è finita lì. Dei due casi, è l’abbraccio all’elettorato vegano il più interessante. Il fenomeno del vegetarianismo “spinto” - senza uova né prodotti del latte - è molto cresciuto negli ultimi anni. Secondi dati Eurispes, nebulosi, il 3% della popolazione italiana potrebbe essere vegano ormai, mentre altre stime più “lasche” arrivano perfino all’8%. Il fenomeno è forse giunto al punto di incidere sulla vita pubblica.
Quando è emerso in Inghilterra che la stampa dei nuovi biglietti di banca in plastica da cinque sterline impiegava una quantità minuta di sego (grasso animale) la protesta vegana è stata feroce. La Bank of England ha reagito magnificamente: “Non c’è problema, sostituiremo con l’olio di palma…”, una sostanza veganamente accettabile ma non molto popolare. Si è tornati poi, serenamente, al processo originale.
Il veganismo attuale nasce da un equivoco. In origine - il “credo” risale al 1944 - la motivazione era di tipo puramente etico/morale: il rifiuto dello sfruttamento dei nostri fratelli animali. Per l’ortodossia vegana, non era immaginabile l’aderente con le scarpe o la borsa di cuoio, né il consumo del miele e dei prodotti di cera d’api. La dieta non aveva finalità salutiste. Anzi, si accettavano di buon grado i prodotti sostitutivi derivanti dalla sintesi chimica come una sorta di costo della purezza morale. Non era di per sé una ricerca del “naturale”. Poi, strada facendo, la pratica si è incrociata con il più recente rifiuto
dell’industriale e del consumo di massa e la preoccupazione per la linea.
Oggi troviamo il paradosso che, mentre i vegani evitano carni e formaggi, i liquori forti vanno bene. Lo scotch Macallan e la vodka Absolut, essendo totalmente vegetali, sono “vegan friendly” - come in linea di principio il tabacco, per quanto molte sigarette industriali contengano additivi d’origine animale. Ma vanno bene le Winston: “vegane” non perché prodotte per esserlo, ma in quanto la manifattura non prevede materiali vietati - cosa vera anche della Coca Cola peraltro. È il tabacco più dei liquori che mette in imbarazzo il movimento. Si vorrebbe bandirlo, arzigogolando che “ecco, hanno fatto test sugli animali per dimostrare che fa male” - però, se vogliono, anche i più rigorosi vegani possono bere e fumare.
Possono anche votare, ed è lì che volevamo arrivare. Se - e come - voterebbero in blocco però è abbastanza un mistero. Il veganismo (almeno quello Usa) è prettamente borghese e fortemente femminile (79%). L’orientamento generico “progressista” è indubbio, come però anche l’attenzione ai temi “verdi”, che invece, visto l’aspetto anti-moderno, è spesso fondamentalmente conservatrice.
Potrebbe non importare molto. L’etichetta è sovente più un’aspirazione che una realtà. In una ricerca Usa dei nutrizionisti Ella Haddad e Jay Tanzman su 13mila vegetariani “dichiarati”, 2 su 3 hanno ammesso di avere consumato carne entro le precedenti 24 ore. Un’altro studio specificamente sui vegani dimostra che il 70% torna poi alle abitudini carnivore - meglio dei vegetariani semplici però, che cedono all’86%.
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