Il fermo pesca per gli operatori del settore è partito il 16 agosto e terminerà il 27 settembre prossimo, ed il relativo decreto emanato dal nostro Ministero, su direttive Comunitarie Europee, ha innescato uno strascico di non poche polemiche, in quanto rappresenta un provvedimento inutile e deleterio per la pesca italiana, visto che questo impedisce di pescare in zone in cui invece possono tranquillamente attingere, alle poche risorse rimaste, le altre marinerie croate e albanesi. Un vero e proprio paradosso, a mio avviso, se si pensa che il provvedimento adottato dovrebbe servire a tutelare prima di tutto la risorsa ittica.

Pesca sostenibile e responsabile? Sì, con l'impegno di cuochi e consumatori

In questo modo invece credo che non si faccia altro che favorire l'economia della pesca di altre nazioni e penalizzare ulteriormente la nostra. Come è sempre nello stile della Fic, non vogliamo entrare nel merito delle decisioni politiche ed il perché di queste specifiche scelte, ma all’apparenza, queste risoluzioni sembrano discriminanti per il nostro indotto commerciale e lavorativo (in termini di occupazione).

Oggi si deve, da parte di ognuno di noi e indistintamente, avere un’attenzione particolare al mondo ittico, visto che le condizioni di alcune specie sono critiche. Il Mediterraneo è un mare grande, bello e accogliente, ma allo stesso tempo fragile da un punto di vista dell’ ecosistema: ci sono più di 500 specie native, ma con una quantità in peso ridotta, quindi sono incapaci di resistere alla continua ed intensiva pesca specie “massiva”.

Da qui la necessità del fermo pesca al fine di poter dare la possibilità di un ripopolamento della fauna ittica più a rischio. Fino a cinquant’anni fa, (dati certi alla mano della Federpesca) si consumavamo in Italia circa 150 varietà di pesce, oggi se ne consumano, per una specifica domanda del mercato, non più di quaranta, con la conseguenza che il pescatore non prende più il pesce che trova, ma cerca di pescare in risposta alle richieste del consumatore, creando così il sovra-sfruttamento solo di alcune specie.

Il consumatore, in questo senso, ha una grande responsabilità: deve sedersi al ristorante e chiedere i pesci che siano rappresentativi della vera cultura gastronomica del luogo, e noi cuochi abbiamo un ruolo fondamentale in questo, condizionando ed indirizzando, con il nostro operato di tutti giorni, le scelte alimentari migliori in fatto di pesce, modificando così anche le abitudini di acquisto della massa.

Dovremo muoverci tutti verso un'unica direzione e prendere decisioni importanti, come la Federazione italiana cuochi ha già da tempo fatto in materia di alimentazione sostenibile e responsabile; prestarsi ad una serie di “regole” fisse, anche per l’intero globo, da rendere possibile uno sfruttamento equo della risorsa senza mettere a rischio la sopravvivenza stessa di nessuna specie. Questo lo sanno i pescatori e tutte le persone di buon senso che il mare e il suo patrimonio ittico va tutelato nella sua biodiversità, per noi tutti ora e per le generazioni future.

Bisogna quindi, e necessita assolutamente, condividere imparzialmente un bene che offre ancora le sue risorse, al di là di ogni fazione, piuttosto che tentare di accaparrarsi in un futuro oramai prossimo le ultime briciole rimaste.

Ripeto, il futuro del mare è nelle nostre mani.