In un solo anno raddoppia il prezzo del burro (+113%) a causa dell'aumento della domanda, dovuta da una parte al riconoscimento di proprietà salutistiche intrinseche, dall'altra al ruolo di alternativa rispetto a grassi come l'olio di palma, che, a causa dell'opinione pubblica, un numero crescente di grandi gruppi industriali sta abbandonando.

Consumi, la rivincita del burro  113% il prezzo in un solo anno

È quanto afferma la Coldiretti da un'analisi delle quotazioni della Borsa di Milano, dove si è registrato un picco di 5,04 euro al chilo per il burro pastorizzato nazionale, il massimo da cinque anni. Un balzo del prezzo di produzione che, dopo le quotazioni del passato, insostenibili per gli allevamenti, riguarda in realtà tutti i prodotti lattiero caseari, dalla panna alla crema di latte, dal formaggio al latte spot.

I consumi pro capite di burro sono aumentati nel 2016 dall'Australia (+23%) al Canada (+7%) fino agli Stati Uniti (+2%). Tra i maggiori consumatori mondiali c'è la Nuova Zelanda, con 6,13 chili, seguita dall'Unione europea con 4,71 chili, ma livelli elevati si registrano anche in India con 3,91 chili e negli Stati Uniti con 2,63 chili.

L'inversione di rotta di latte e burro avviene in un contesto produttivo che negli ultimi dieci anni ha visto praticamente dimezzato il numero di stalle presenti, tanto da aver raggiunto il minimo storico di 30mila allevamenti, rispetto ai 60mila attivi nel 2005. Un fenomeno causato dal crollo del prezzo pagato agli allevatori che è sceso per lungo tempo addirittura al di sotto dei costi di alimentazione del bestiame. Una situazione insostenibile che richiede una decisa inversione di tendenza, poiché da salvare ci sono i 120mila posti di lavoro nell'attività di allevamento da latte che generano lungo la filiera un fatturato di 28 miliardi.