È finito il tempo dell’informazione seria e approfondita?
Ormai tutto è urlato, in questo settore come in ogni altro, e l’informazione riesce a catturare l’attenzione del lettore solo quando si fonda su affermazioni scandalistiche, prive di reali fondamenti scientifici
Sono entrato nel mondo della trasformazione alimentare 47 anni fa. Avendone viste di tutti i colori, nei contesti merceologici ed aziendali più diversi, penso di poter testimoniare con qualche cognizione di causa che vi è stato uno straordinario miglioramento della sicurezza e della qualità media di ciò che consumiamo oggi, rispetto a ciò che si mangiava e si beveva mezzo secolo fa. Sono convinto che oggi la gente preferirebbe rimanere digiuna se le si proponesse di mettere in tavola la mortadella, la pasta sfusa, il vino, l’olio o i dadi per brodo che si consumavano regolarmente mezzo secolo fa. E che sia anche per questo, oltre che per i progressi della medicina, che l’aspettativa di vita in Italia è cresciuta di quasi 15 anni negli ultimi 50 anni.

Credo che alla base di questa evoluzione vi siano stati tre ordini di ragioni: la sempre maggior complessità dello scenario competitivo, che ha stimolato chi produce e distribuisce alimenti ad investire molto più che in passato in ricerca ed innovazione; il continuo miglioramento dei sistemi di controllo pubblici; ed una accresciuta consapevolezza del consumatore, che ha imparato sempre meglio come riconoscere e dare il giusto valore alla qualità di ciò che acquista, persino in tempi di crisi economica come quelli che abbiamo vissuto negli ultimi anni.
Ma proprio quest’ultimo mi sembra sia diventato oggi il punto di maggior criticità, quello che rischia di bloccare l’ulteriore evoluzione verso la qualità. Perché sembra finito il tempo in cui l’informazione si sforzava di fornire al consumatore elementi seri di approfondimento e di discussione, ed era affidata a divulgatori e giornalisti competenti, capaci di porsi domande e di insinuare dubbi, piuttosto che annunciare verità sensazionali, basandosi su chiare evidenze scientifiche e su altrettanto chiari presupposti etici.
Ormai tutto è urlato, in questo settore come in ogni altro, e l’informazione riesce a catturare l’attenzione del lettore solo quando si fonda su affermazioni scandalistiche, prive di reali fondamenti scientifici. E “veleno” è la parola più abusata, coniugata ogni giorno ad una categoria di prodotto alimentare diverso e divenuta una sorta di passepartout per attrarre consensi e “like”, a prescindere dai contenuti dell’articolo, del post o della conferenza in cui essa è pronunciata.
È triste che a nessuno venga mai il sospetto che dietro questi proclami ci siano interessi commerciali precisi, di qualcuno contro qualcun altro. Sarebbe bello se anche in questi casi si potessero adottare gli strumenti educativi che ogni buon genitore dovrebbe usare quando un bambino dice che una pietanza è “una schifezza”, per insegnargli a dire semplicemente che non gli piace: prima un affettuoso rimprovero, poi un altrettanto affettuoso e formativo sculaccione.

Credo che alla base di questa evoluzione vi siano stati tre ordini di ragioni: la sempre maggior complessità dello scenario competitivo, che ha stimolato chi produce e distribuisce alimenti ad investire molto più che in passato in ricerca ed innovazione; il continuo miglioramento dei sistemi di controllo pubblici; ed una accresciuta consapevolezza del consumatore, che ha imparato sempre meglio come riconoscere e dare il giusto valore alla qualità di ciò che acquista, persino in tempi di crisi economica come quelli che abbiamo vissuto negli ultimi anni.
Ma proprio quest’ultimo mi sembra sia diventato oggi il punto di maggior criticità, quello che rischia di bloccare l’ulteriore evoluzione verso la qualità. Perché sembra finito il tempo in cui l’informazione si sforzava di fornire al consumatore elementi seri di approfondimento e di discussione, ed era affidata a divulgatori e giornalisti competenti, capaci di porsi domande e di insinuare dubbi, piuttosto che annunciare verità sensazionali, basandosi su chiare evidenze scientifiche e su altrettanto chiari presupposti etici.
Ormai tutto è urlato, in questo settore come in ogni altro, e l’informazione riesce a catturare l’attenzione del lettore solo quando si fonda su affermazioni scandalistiche, prive di reali fondamenti scientifici. E “veleno” è la parola più abusata, coniugata ogni giorno ad una categoria di prodotto alimentare diverso e divenuta una sorta di passepartout per attrarre consensi e “like”, a prescindere dai contenuti dell’articolo, del post o della conferenza in cui essa è pronunciata.
È triste che a nessuno venga mai il sospetto che dietro questi proclami ci siano interessi commerciali precisi, di qualcuno contro qualcun altro. Sarebbe bello se anche in questi casi si potessero adottare gli strumenti educativi che ogni buon genitore dovrebbe usare quando un bambino dice che una pietanza è “una schifezza”, per insegnargli a dire semplicemente che non gli piace: prima un affettuoso rimprovero, poi un altrettanto affettuoso e formativo sculaccione.


