Milano, Torre Branca 15 anni dopo. Un simbolo dell'ingegno italiano
Divenuta inagibile e andata fuori servizio nel 1972 è stata restaurata e resa nuovamente accessibile dalla Fratelli Branca Distillerie. Una tavola rotonda celebrativa per i 15 anni dalla fine dei lavori di ripristino
Totalmente in tubi Dalmine, di acciaio speciale, flangiati e imbullonati, è alta 108,60 metri. La torre Littoria disegnata da Giò Ponti, esile e trasparente, è una vera sfida architettonica: la struttura principale ha forma tronco-piramidale a sezione esagonale, dal lato di sei metri alla base, ma a quota 100 metri il lato dell’esagono è ancora di 4,45 metri. Eretta in soli due mesi e mezzo, nel 1933, in occasione della quinta mostra Triennale, è divenuta inagibile e andata fuori servizio nel 1972.

Grazie alla Fratelli Branca Distillerie, di cui ora porta il nome, è stata interamente restaurata e resa nuovamente accessibile. Un omaggio a Milano da parte di un’azienda fondata nel capoluogo lombardo nel 1845 e che si è sempre distinta per l’impegno nello sviluppo della cultura sociale. In questo modo si è fatto rinascere un luogo, una nuova realtà proiettata nel futuro. A 15 anni dalla restituzione alla città di quella che è considerata a tutti gli effetti un’opera d’arte, la Fratelli Branca Distillerie ha organizzato una tavola rotonda celebrativa presso lo Spazio Branca di via Broletto introdotta da Niccolò Branca, presidente e amministratore delegato dell’azienda.

«La Torre - ha dichiarato - rappresenta il simbolo del fare all’italiana, che in questo caso si è tradotto nell’incontro tra l’acciaio, un grande architetto e la sua creatività. Il risultato è stato un’opera unica, un po’ come il Fernet-Branca: l’incontro tra erbe e radici provenienti da ogni continente e Bernardino Branca che le ha sapute miscelare». Moderati da Ingrid Paoletti, del Politecnico di Milano, alla tavola rotonda hanno partecipato Maria Vittoria Capitanucci, storica dell’archiettura, Emilio Faroldi, prorettore del Politecnico di Milano, Vanni Pasca, critico e storico del design, Donatella Bollani, vicedirettore di Domus, rivista fondata nel 1928 da Giò Ponti. Al tavolo dei relatori anche Giulio Ballio, professore emerito del Politecnico di Milano, di cui è stato rettore per otto anni.
Dalla giornata celebrativa, ma anche di studio, sono emersi numerosi concetti di grande interesse. In primis, la natura stessa della Torre, una presenza che guarda al futuro da sempre, frutto della collaborazione stretta tra architetti e ingegneri. Ma anche la capacità dell’imprenditorialità colta di salvaguardare i beni del territorio: fare arte e cultura fa parte infatti del dna di Fratelli Branca Distillerie, come ha sottolineato da Niccolò Branca. La Torre di Giò Ponti, che utilizza la verticalità come nuovo modello di sviluppo, rappresenta inoltre una dimensione culturale che accompagna l’evoluzione di Milano nelle sue varie fasi, dalla Torre, appunto, e la Stazione Centrale, al dopoguerra con la Torre Velasca e il grattacielo Pirelli, alla Milano di oggi tutta all’insù. La Torre Ponti-Branca, è stato ricordato, raccoglie molti elementi attuali come la leggerezza, le materie prime innovative (la scelta del tubo e non del profilato), lo stile e la velocità di costruzione.

Grazie alla Fratelli Branca Distillerie, di cui ora porta il nome, è stata interamente restaurata e resa nuovamente accessibile. Un omaggio a Milano da parte di un’azienda fondata nel capoluogo lombardo nel 1845 e che si è sempre distinta per l’impegno nello sviluppo della cultura sociale. In questo modo si è fatto rinascere un luogo, una nuova realtà proiettata nel futuro. A 15 anni dalla restituzione alla città di quella che è considerata a tutti gli effetti un’opera d’arte, la Fratelli Branca Distillerie ha organizzato una tavola rotonda celebrativa presso lo Spazio Branca di via Broletto introdotta da Niccolò Branca, presidente e amministratore delegato dell’azienda.

«La Torre - ha dichiarato - rappresenta il simbolo del fare all’italiana, che in questo caso si è tradotto nell’incontro tra l’acciaio, un grande architetto e la sua creatività. Il risultato è stato un’opera unica, un po’ come il Fernet-Branca: l’incontro tra erbe e radici provenienti da ogni continente e Bernardino Branca che le ha sapute miscelare». Moderati da Ingrid Paoletti, del Politecnico di Milano, alla tavola rotonda hanno partecipato Maria Vittoria Capitanucci, storica dell’archiettura, Emilio Faroldi, prorettore del Politecnico di Milano, Vanni Pasca, critico e storico del design, Donatella Bollani, vicedirettore di Domus, rivista fondata nel 1928 da Giò Ponti. Al tavolo dei relatori anche Giulio Ballio, professore emerito del Politecnico di Milano, di cui è stato rettore per otto anni.
Dalla giornata celebrativa, ma anche di studio, sono emersi numerosi concetti di grande interesse. In primis, la natura stessa della Torre, una presenza che guarda al futuro da sempre, frutto della collaborazione stretta tra architetti e ingegneri. Ma anche la capacità dell’imprenditorialità colta di salvaguardare i beni del territorio: fare arte e cultura fa parte infatti del dna di Fratelli Branca Distillerie, come ha sottolineato da Niccolò Branca. La Torre di Giò Ponti, che utilizza la verticalità come nuovo modello di sviluppo, rappresenta inoltre una dimensione culturale che accompagna l’evoluzione di Milano nelle sue varie fasi, dalla Torre, appunto, e la Stazione Centrale, al dopoguerra con la Torre Velasca e il grattacielo Pirelli, alla Milano di oggi tutta all’insù. La Torre Ponti-Branca, è stato ricordato, raccoglie molti elementi attuali come la leggerezza, le materie prime innovative (la scelta del tubo e non del profilato), lo stile e la velocità di costruzione.


