«Ho girato questo film per immergermi nel flusso bianco del latte. Ho visto sgorgare il lavoro della montagna da mani sicure e senza sosta. Ho atteso il tempo lungo dell’acqua, delle pietre, del pascolo. Mi sono messo in risonanza con l’habitat che mi ha accolto e ne ho restituito la mia impressione. Ho riconosciuto me stesso nei rivoli d’acqua che solcano i pascoli», spiega Manuele Cecconello.

(Bergamo, un film sulla vita di alpeggio in rassegna al Festival del Pastoralismo)

La sua opera racconta di una madre e di sua figlia in un alpeggio del Piemonte Orientale a 1.400 metri di altezza, circondate dai loro animali, dai pascoli e dalla forza delle rocce alpine. Il giorno comincia con la raccolta della panna, la pulizia della stalla, la produzione del burro artigianale presidio Slow-food. Durante il lungo pomeriggio di giugno la figlia pascola gli animali sull’erba alta, la madre lavora il latte e trae il sostentamento della famiglia. La nuova mungitura assicura il viatico per il giorno dopo.

Formatosi ai linguaggi della sperimentazione, Manuele Cecconello si sa accostare con rara sensibilità e rispetto a questi mondi “arcaici”. Li sa descrivere utilizzando tecniche anche d’avanguardia poco consuete per un genere trattato sempre con i moduli del documentarismo “etnografico” dolciastro. Al film è associato, come per “Sentire l’aria”, storia di un ragazzo che intraprende la vita del pastore, un libro fotografico con gli scatti di Andrea Taglier.