Ricerca, apertura all'estero e marketing. Carte vincenti dell'industria alimentare
Secondo una recente indagine, per preservare il made in italy nel mondo è necessario che le aziende alimentari investano in ricera e sviluppo, comunicazione, marketing, internazionalizzazione e apertura ai mercati esteri
Un convegno che ha guardato al futuro, un dibattito che ha voluto sottolineare l'importanza di preservare e promuovere l'industria alimentare italiana, quello che si svolto nella sede dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano alla presenza di Lorenzo Ornaghi, presidente di Aseri e moderatore dell'incontro, Luigi Pio Scordamaglia, presidente di Federalimentare, Antonio Cellie, ad Fiere di Parma, Fabio Antoldi, direttore Cersi dell'Università Cattolica e Chiara Ferrari Group Director di Ipsos public affairs.

Nella foto, da sinistra: Fabio Antoldi, Luigi Pio Scordamaglia, Lorenzo Ornaghi, Antonio Cellie, Chiara Ferrari
I presenti, in particolare Scordamaglia, hanno relazionato e commentato il tema dell'industria alimentare dopo Expo, soffermandosi su come fare a preservare il made in italy nel mondo ma soprattutto si è spiegato e argomentato il risultato dell'indagine svolta all'interno del manuale “Strategie e performance dell'industria alimentare” (Fabio Antoldi, Daniele Cerrato, Antonio Campati, Mc Graw Hill Education).
Quest'ultima, condotta dal Fabio Antoldi, si è basata su una media di 448 imprese del settore alimentare italiano che da sole hanno un fatturato di circa 62 miliardi di euro. Da queste ne sono scaturite 120 eccellenti e si è quindi sentita la necessità di porre alcuni quesiti agli imprenditori delle diverse realtà. Le risposte hanno individuato tre parole cardine: innovazione, tradizione e qualità, inoltre sono state rilevanti una serie di scelte di politiche concrete come l'investimento sulla ricerca e sviluppo dei nuovi prodotti, recuperi di efficienza, marketing e comunicazione etc.
Dulcis in fundo, l'internazionalizzazione e l'apertura ai mercati esteri; argomento che genera non pochi dibattiti perché sì, è giusto esportare all'estero ma nel momento in cui il prodotto lascia l'Italia si deve ricorrere immediatamente a delle misure di tutela per preservarlo nei territori e nei mercati a cui è destinato. L'uso improprio del marchio made in italy purtroppo è un vizio pressoché diffuso oltre oceano. Antonio Cellie sottolinea anche l'importanza e la fortuna che abbiamo rispetto all'America o agli altri paesi nel poter controllare il prodotto finale: «Noi produciamo direttamente con i piedi nella filiera».
Chiara Ferrari ha ritenuto opportuno analizzare un argomento estremamente attuale ossia il rapporto degli italiani con il cibo e il fenomeno mediatico sviluppatosi attorno al settore. C'è da dire che la crisi ha inciso in minima parte sul ritorno al food, l'origine è da attribuire al periodo della globalizzazione al cambiamento degli stili di vita e soprattutto al bisogno sempre più impellente di condividere e far vedere cosa si è capaci di fare con gli ingredienti più disparati e quanto la creatività prende il sopravvento su di noi poiché a livello di linguaggi e da quello che passa alla tv tutti possiamo essere grandi chef. Seppur talvolta alcune foto o video risultano dei meri facsimile dei piatti originali.

Nella foto, da sinistra: Fabio Antoldi, Luigi Pio Scordamaglia, Lorenzo Ornaghi, Antonio Cellie, Chiara Ferrari
I presenti, in particolare Scordamaglia, hanno relazionato e commentato il tema dell'industria alimentare dopo Expo, soffermandosi su come fare a preservare il made in italy nel mondo ma soprattutto si è spiegato e argomentato il risultato dell'indagine svolta all'interno del manuale “Strategie e performance dell'industria alimentare” (Fabio Antoldi, Daniele Cerrato, Antonio Campati, Mc Graw Hill Education).
Quest'ultima, condotta dal Fabio Antoldi, si è basata su una media di 448 imprese del settore alimentare italiano che da sole hanno un fatturato di circa 62 miliardi di euro. Da queste ne sono scaturite 120 eccellenti e si è quindi sentita la necessità di porre alcuni quesiti agli imprenditori delle diverse realtà. Le risposte hanno individuato tre parole cardine: innovazione, tradizione e qualità, inoltre sono state rilevanti una serie di scelte di politiche concrete come l'investimento sulla ricerca e sviluppo dei nuovi prodotti, recuperi di efficienza, marketing e comunicazione etc.
Dulcis in fundo, l'internazionalizzazione e l'apertura ai mercati esteri; argomento che genera non pochi dibattiti perché sì, è giusto esportare all'estero ma nel momento in cui il prodotto lascia l'Italia si deve ricorrere immediatamente a delle misure di tutela per preservarlo nei territori e nei mercati a cui è destinato. L'uso improprio del marchio made in italy purtroppo è un vizio pressoché diffuso oltre oceano. Antonio Cellie sottolinea anche l'importanza e la fortuna che abbiamo rispetto all'America o agli altri paesi nel poter controllare il prodotto finale: «Noi produciamo direttamente con i piedi nella filiera».
Chiara Ferrari ha ritenuto opportuno analizzare un argomento estremamente attuale ossia il rapporto degli italiani con il cibo e il fenomeno mediatico sviluppatosi attorno al settore. C'è da dire che la crisi ha inciso in minima parte sul ritorno al food, l'origine è da attribuire al periodo della globalizzazione al cambiamento degli stili di vita e soprattutto al bisogno sempre più impellente di condividere e far vedere cosa si è capaci di fare con gli ingredienti più disparati e quanto la creatività prende il sopravvento su di noi poiché a livello di linguaggi e da quello che passa alla tv tutti possiamo essere grandi chef. Seppur talvolta alcune foto o video risultano dei meri facsimile dei piatti originali.


